Intervista a Claudia Rualta

Per iniziare, ti chiedo in che cosa consiste il lavoro di cui ti occupi adesso, e di cui ti sei occupata in passato.

Io sono un copywriter, ma non solo. Soprattutto lavorando in azienda mi sono occupata della produzione di contenuti pubblicitari. Contenuti pubblicitari e definizione dei canali: un lavoro di marketing, insomma. Da quando lavoro in proprio invece, cerco – per quanto mi è possibile, perché comunque bisogna campare – di prediligere lavori in cui, oltre a questo, entra in gioco anche un altro tipo di concetto: non fare pubblicità e basta, ma di cercare di dare una voce a chiunque voglia tentare di raccontarsi, e non ci riesce. In questo, forse, rientra più il concetto di creatività, o anche semplicemente di lavoro che a me piace fare.

C’è il marketing di base, e poi c’è l’idea dello storytelling. Questo, in particolare, deve necessariamente avere a che fare con i social, con cui io lavoro molto…  Dico sempre, quando un’azienda mi chiede come si deve fare, che la strada è quella di raccontare delle storie: ormai siamo eccessivamente sollecitati dai prodotti e dalle cose, che sono ovunque. L’unico modo che c’è per lasciare una traccia è quello di raccontare una storia…

Su questo torneremo… Credi che il tuo lavoro sia adeguatamente retribuito?

Prima assolutamente no: quando lavoravo in azienda prendevo 1000 euro al mese; è un tipo di lavoro che non puoi sbrigare solamente nell’orario d’ufficio, quando devi creare un oggetto creativo, o una campagna pubblicitaria… Quando ho scritto un documentario sulla grande guerra, spesso mi arrangiavo fuori dalle ore di lavoro, spesso e volentieri; o quando devi gestire i social, devi prendere il tuo tempo la sera. Sembra stupido detto così, ma è un tipo di lavoro per il quale è costantemente richiesta la reperibilità. Se lo fai fatto bene, ovviamente. Quindi, la retribuzione era scarsissima. Io ero inquadrata come apprendista, ma facevo molto più di questo; secondo me è un po’ il problema delle grandi aziende. Leggi tutto “Intervista a Claudia Rualta”

Retoriche della creatività

Il giallo, simbolo del sole, da sempre si identifica con creatività, vitalità, fertilità. Positività. Nelle scienze esoteriche chi preferisce il giallo tende al cambiamento e alla ricerca del nuovo. In Marineria indicava “Pericolo a Bordo”, cioè la presenza della Peste. Nell’antica Grecia era invece il colore dei pazzi, che si dovevano vestire di giallo per essere riconosciuti. Similitudini alla nostra realtà che ci sembrano sempre calzanti.

Dalla pagina Facebook del gruppo I Creativi

Il principio stesso della creatività è di vedere le opportunità là dove non ci sono, a priori, è ciò che chiamiamo visione. La creatività consiste semplicemente nell’unire dei punti che nessun altro aveva visto prima. Steve Jobs diceva giustamente «La creatività è semplicemente stabilire delle connessioni fra le cose».

15 cose che i creativi fanno diversamente dagli altri, da Darling.it

Più che una dote del carattere, la creatività rappresenta, quindi, una “forma mentis”, un modo di rapportarsi alla realtà, di concepire e vivere la vita. Tale “habitus” mentale, attraverso un’opportuna formazione, può essere appreso ed incrementato da ogni individuo, gruppo e organizzazione.

Creatività, questa sconosciuta, da Sublimen.com.

la creatività è la capacità di realizzare qualcosa di nuovo, di sorprendente, di mai visto prima, destinato ad incidere, in misura maggiore o minore, su quanto avverrà in futuro. Essa nasce dalla capacità di essere metadisciplinari, ovvero di sapere fare riferimento, direttamente o indirettamente, a competenze specialistiche diverse da quelle che si possiedono pienamente. Per questo, la creatività richiede un ambiente sociale e culturale che possa alimentare le sue varie forme di espressione ponendo in connessione fra loro i depositari di saperi diversi.

Le parole chiave dello humanistic management: creatività, da Marcominghetti.com

La creatività è ormai entrata nel discorso comune: è argomento di dibattito pubblico, tema di molti libri, parola ricorrente del giornalismo, ricetta per il successo, obiettivo della scuola, strumento per la competizione economica e via alla felicità.

Il termine può apparire fumoso e buffo se usato per indicare una serie di professioni, eppure è al centro di molte indagini sul mondo lavorativo e di proposte di rinnovamento della scuola. L’appartenere alla classe creativa non è solo questione del lavoro che si svolge, ma anche di un modo di stare al mondo, di un’impostazione culturale, di una percezione del rapporto con gli altri. Gli studi sul lavoro creativo nelle città europee, infatti, si fondano su tre indici: tecnologia, talento, tolleranza. Siamo ben oltre i classici criteri con cui si indaga la sfera dell’impiego e dell’impresa; ciò si spiega perché il lavoratore creativo può diventare il motore della ricchezza economica solo in un contesto altamente tecnologizzato, basato sul merito, e costituito da rapporti umani orizzontali e informali, incentrati sulla convivenza pacifica, in grado di mescolare in modo fertile le diversità psicologiche, caratteriali, ma anche culturali in senso più ampio.

In Italia il progetto di ricerca Italy in the Creativity age ha operato una selezione tra i lavori, definendo quelli creativi nelle seguenti categorie: «imprenditori, dirigenti pubblici e privati, managers, ricercatori, professionisti (avvocati, commercialisti, architetti, ingegneri, medici, etc.), professioni tecniche ed artistiche ad elevata specializzazione».

Abbiamo quindi una lista di lavori creativi che ci permette di capire meglio l’importanza della creatività. Ciò che più conta è che non si tratta solo di un nuovo modo di rapportarsi al lavoro, ma di una più ampia idea della vita. In sintesi, «una società che si allontana sempre più dall’idea di creativo come genio individuale» si descrive «come organismo in cui la creatività è obiettivo e, insieme, condizione di sopravvivenza». In altre parole, l’intera società ha la tendenza a rappresentarsi come creativa; cioè a rappresentare se stessa, le proprie esigenze, le soluzioni adottate per affrontare i problemi e il proprio orizzonte di senso in termini creativi. Questa affermazione potrà sembrare eccessiva, o almeno precipitosa. Eppure, se si sfogliano i manuali di gestione aziendale, si può osservare come venga suggerito – per destreggiarsi nelle sfide poste dal mercato – di introdurre, rispetto alle tre voci classiche di ristrutturazione, taglio dei costi e qualità un quarto fattore: la creatività. Ecco ad esempio che nella postfazione a Le nuove frontiere della cultura d’impresa. Manifesto dello Humanistic management, Marco Minghetti (professore universitario e scrittore) discute con Johanssonn (scrittore esperto di business e innovazione) la tesi per cui «l’azienda contemporanea può diventare un centro creativo se riesce a pensarsi come una zona di interscambio e contaminazione culturale». E a Pavia è stato attivato già nel 2005 un corso di Humanistic Managment che «si propone di avviare lo studente ad una modalità di interpretare l’azienda alternativa al tradizionale Scientific Management, fondata sulla centralità dei saperi umanistici nella costruzione di nuovi modelli organizzativi ispirati alle logiche del Management 2.0» i cui tratti essenziali sono «combinazione tra razionalità ed emotività, equilibrio fra morale individuale ed etica collettivametadisciplinarietà». Quindi anche la dismissione di una gestione aziendale basata sull’ «organizzazione burocratica, con una forte enfasi su standardizzazione, specializzazione, gerarchia, conformismo e controllo» a favore di un modello basato su orizzontalità, dialogo e cooperazione tra diversità.

In forte consonanza con tutto ciò a settembre 2016 è stato presentato il piano nazionale, chiamato industria 4.0, che attraverso azioni orizzontali della governance – e non verticali di governo – vuole favorire le aziende che, dotate di una forte attitudine all’investimento tecnologico e allo sviluppo di idee e brevetti, puntano all’innovazione. Questo piano nazionale prevede il 30% di agevolazioni fiscali per start-up e PMI innovative (piccole e medie imprese). È interessante che al suo interno sia esplicitata la volontà di finanziare la ricerca universitaria e rimodellare la scuola con l’idea che non si possa prescindere dalla formazione di risorse umane dotate delle competenze richieste dal mercato del lavoro nell’industria 4.0.

Il Mattino (di Napoli) ha pubblicato un dossier, a dicembre 2016, dal titolo significativo di Italia 4.0, avanguardia delle eccellenze. Sono presentate le prime 40 PMI italiane, tutte caratterizzate da innovazione, creatività e qualità del prodotto. Oppure, sfogliando la rivista L’imprenditore, si può osservare la centralità dell’innovazione, intesa però prima di tutto come atteggiamento mentale e culturale: «L’Innovazione è un concetto a 360 gradi, abilitante e inclusivo, che parte dell’analisi storica del passato per arrivare alla costruzione di una prospettiva» in cui «si incrociano l’innovazione e la creatività». Dalle occasioni di dibattito create da Confidustria emerge come per superare la crisi e vincere la competizione serva un’innovazione basata su creatività e competenze. Per Confindustria il made in Italy è connotato da creatività, unicità e qualità del prodotto. Dopotutto l’Expo, nella concezione di Matteo Renzi e del suo entourage politico e industriale – primo tra tutti Farinetti di Eataly – era basato proprio su queste coordinate. Lo riconobbero diverse personalità politiche straniere. Così per il presidente francese Hollande: «Expo Milano 2015 è straordinaria sotto ogni profilo: per la qualità, per la creatività e per aver saputo unire centinaia di Paesi del mondo»; ma anche per il premier israeliano Netanyahu «L’Expo di Milano è l’esempio della creatività italiana […] Chi si guadagna il futuro è colui che innova e l’Italia ha sempre fatto moltissimo sotto questo aspetto».

È in generale tutta la retorica del lavoro a essere attraversata dal concetto di creatività. I discorsi che ruotano attorno a Confartigianato sono incardinati su: creatività, innovazione, made in Italy, coraggio, qualità. Il libro di Marina Puricelli Il futuro nella mani. Viaggio nell’Italia dei giovani artigiani è dedicato all’artigianato in Italia, e anche in questo caso appaiono i termini innovazione, coraggio, saper fare, creatività. Questo rumore di fondo che riempie ogni discorso sul lavoro è riscontrabile anche in altri ambiti: la scuola ne è un esempio palese. È allora forse significativo che il libro sopra citato sia stato molto apprezzato da Salvatore Giuliano, un dirigente scolastico consigliere di Stefania Giannini, ovvero la ministra dell’istruzione per la riforma della Buona scuola renziana. O che la presentazione di questa riforma sia centrata su competenze, merito, innovazione. Un suo decreto prevede l’avviamento di atelier creativi e laboratori per le competenze, ossia luoghi in cui sviluppare creatività e innovazione.

Non si tratta del complotto di una casta di burattinai. Piuttosto si avvertono delle somiglianze di famiglia tra la retorica politica, la grammatica dell’impresa e il sentire comune del lavoratore. Ciò è dovuto al nuovo ruolo ricoperto dalla creatività nella nostra società. E non solo italiana; perfino il colosso Google deve parte del suo successo alla predisposizione di un ambiente di lavoro informale, fatto di rapporti umani orizzontali dove i suoi ingegneri sentono di far parte di una comunità umana in cui il 20% del tempo di lavoro è gestito autonomamente dal lavoratore. Colpisce che la metà dei progetti lanciati sul mercato da Google derivi proprio dal lavoro prodotto in questo 20% di “tempo libero”. E in modo simile, l’esperto di management Gary Hamel discute nel suo blog il passaggio epocale dal modello taylorista a quello presente che ne ribalta i pilastri:

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Appunti sul corteo antifascista del 17 luglio

È difficile dopo una settimana, e dopo il rumore che si è diffuso prendere una posizione. È difficile, soprattutto, contrastare la falsificante polarizzazione delle opinioni che sempre spinge verso uno o l’altro fronte, che determina chi sono i buoni e chi sono i cattivi, dov’è il bianco e dov’è il nero, senza possibilità di grigi, discussioni, complessità. Da un lato una fotografia: due ragazze circondate dalla celere, il rosso dei fumogeni, il braccio che impugna il manganello alzato a colpire. Dall’altro le serrande dei bar che si abbassano, la testuggine che avanza corazzata; le scene di guerriglia, ingiustificate agli occhi dell’opinione pubblica. La condanna inappellabile della violenza che cade puntuale. Noi e loro. I centri sociali e i cittadini. Visioni schematiche e manichee che nei giorni successivi sono state prodotte e riprodotte, incapaci di aderire alla realtà di quello che è successo.  La lettura che abbiamo dato lunedì sera mentre tornavamo a casa dal corteo non è cambiata, e nemmeno il senso vivo di amarezza e di rabbia che proviamo anche nei confronti dei nostri.  Il pensiero che anche questa, alla fine, l’abbiamo persa.

I fatti, o quello che più si avvicina, per chi non c’era: Forza nuova convoca una manifestazione nel centro di Padova contro Ius Soli per la sera del 17. Sfruttando paura, xenofobia e fomentando un’insopportabile guerra fra poveri, i fascisti cercano consensi. Il movimento padovano, nelle molte parti di cui è composto ma unito nel dire che «a Padova i fascisti non devono poter sfilare», convoca a sua volta una manifestazione. Al centro il diritto alla cittadinanza per i nati in Italia: un tema in merito al quale dovremmo stupirci del fatto che ne stiamo ancora discutendo. Qualche giorno prima, dalla questura si viene a sapere che «no, i militanti di Forza Nuova non faranno cortei, ma solo un presidio in Piazza Antenore», e noi di contro, solo un presidio in Piazza Insurrezione: concentramento ore 19 e 30, bandiere e striscioni. Verso le 21 scopriamo che un buon numero di militanti di Forza Nuova e un manipolo del Fronte Skin-Head (si parla di 150 persone, forse 200) si è messa in marcia verso Prato della Valle. Il nostro presidio diventa un corteo: «a Padova i fascisti non devono poter sfilare.», lo ripetiamo convinti. Attraversiamo il centro; la parte centrale di Piazza dei Signori è occupata da cittadini, studenti, turisti seduti a fare l’aperitivo. La polizia tenta di spezzare a metà il corteo ma riusciamo a ricomporci passando in mezzo ai tavolini dei bar ed entriamo in Piazza delle Erbe. La celere ci accerchia, ci separa da un lato da quelli che, un po’ scossi, continuano a fare l’aperitivo, dall’altro, sembra, dai fascisti. Qui la tensione si alza: la testa del corteo accende i fumogeni, tira fuori gli scudi e i caschi; la polizia prende tutta posizione di fronte a noi (dalla parte dove ci sono i fascisti). I nostri si avvicinano, la celere si avvicina, un passo e un passo fino al contatto. Dieci minuti di scontri, qualche scoppio, qualche bottiglia, manganellate, tre arresti.  La situazione si riequilibra. Dal microfono i vari oratori tentano di spiegare la necessità dell’azione, e ribadire che se i fascisti vogliono sfilare per Padova questo è quello che devono aspettarsi: loro, la polizia, la questura, il comune. A Padova l’antifascismo mena. Ce n’è torniamo – a dire il vero un po’ mogi, come fiacchi e in preda ad una sorta di nichilismo post-orgasmico – in Piazza Insurrezione. Pochi canti e passi trascinati. Un gruppo di ragazzi e ragazze di colore tenta di intonare un coro che inneggia alla cittadinanza per i nati in Italia. Ce n’eravamo un po’ dimenticati, dello Ius Soli. Leggi tutto “Appunti sul corteo antifascista del 17 luglio”