Intervista a Francesca Coin

[Nelle prossime settimane verranno pubblicati una serie di interventi riguardanti Potere al Popolo.

All’interno della redazione è in atto un dibattito intenso sul nuovo soggetto politico nato a novembre dalla proposta dell’ex-Opg di Napoli. Fra noi alcuni ci stanno lavorando attivamente, altri no; in ogni caso il dibattito ha prodotto una serie di domande, problemi, criticità rispetto a un progetto difficile da comprendere nella sua complessità, in particolare in rapporto al momento storico – il presente – nel quale tutto ciò sta accadendo. A partire dall’impegno dei singoli e dai dubbi di tutti, abbiamo chiesto un contributo ad alcune figure del panorama culturale italiano, accademici e non accademici, scienziati e umanisti, scrittori, sociologi, giornalisti, giuristi… figure attive politicamente o meno; entusiasti o critici nei confronti di Potere a Popolo; con i quali, in ogni caso, pensiamo di condividere una serie di valori che banalmente possiamo chiamare di sinistra.

(Molti non ci hanno risposto).

Abbiamo chiesto un intervento che argomentasse entusiasmi, dubbi, problematicità e nodi fondamentali, e – favorevole o contrario al progetto – riuscisse a produrre un discorso critico, in un momento come la campagna elettorale ostile ad accogliere le contraddizioni.]


La prima domanda è molto semplice: conosci Potere al popolo?

Non ho seguito direttamente l’iniziativa di Potere al Popolo. Ero all’estero nel momento in cui è stata cancellata l’assemblea del Brancaccio ed è stata indetta l’assemblea fondativa, dunque non ho potuto seguire quest’esperienza se non attraverso terzi (attraverso amici che magari sono coinvolti direttamente, o attraverso i media). L’idea che mi sono fatta, in questo senso, è un’idea indiretta, attraverso la quale penso di aver colto solo alcuni aspetti del percorso da cui il progetto nasce e delle finalità che si pone.

La seconda domanda richiede una risposta forse un po’ impressionistica, legata al nome della lista e ai due termini che in esso compaiono. Potere e Popolo infatti sono due termini ormai desueti nel discorso di sinistra. Come valuti la scelta?

Forse questa è la domanda più delicata: il concetto di popolo non solo è desueto ma è anche divisivo, in quest’epoca, forse anzitutto in Italia. Il concetto di popolo nasce dall’identificazione hobbesiana con lo Stato-nazione, e allude a una specie di volontà unica che esiste come riflesso dello stato, “se stato, allora popolo”, diceva Virno commentando Hobbes. Questo “uno”, di fatto, non è mai dato ma esiste nell’immaginario collettivo e oggi esiste ancorpiù come espressione della nostalgia. Su questo si sono spesi fiumi di parole ed è evidente che il nome di “potere al popolo” è stato esposto a critiche. Leggi tutto “Intervista a Francesca Coin”

Storia della creatività

  1. In pochi capivano, quaranta anni fa, che nel giro di un decennio la centralità della fabbrica nella società sarebbe scomparsa; in ancor meno credevano che l’universo simbolico dell’Italia operaia si sarebbe sgretolato nel giro di una manciata d’anni. Eppure, gli schemi con i quali oggi consideriamo economia e mondo del lavoro sono frutto dei mutamenti intervenuti, in Italia, a partire dalla metà degli anni Settanta: aumento esponenziale degli addetti del terziario a discapito dell’industria, esplosione del mercato della merce immateriale, post-fordismo e delocalizzazioni della produzione. Alla trasformazione economica segue il ridisegnarsi del rapporto fra l’individuo e la sfera sociale e politica; sul piano culturale, miti e modelli di interpretazione si avvicendano, in una successione sempre più rapida. L’impressione è che, davvero, tutto sia cambiato.

 

  1. I cambiamenti che hanno interessato l’universo economico e produttivo negli ultimi quarant’anni non potevano che avere delle ricadute complesse sul mondo del lavoro. La certezza per cui «il mondo del lavoro è completamente cambiato», o semplicemente «il mondo è cambiato», esprime una verità legata ai fenomeni articolati e globali cui abbiamo accennato sopra. La robotizzazione della produzione e – parzialmente – della logistica, unita allo spostamento dell’asse economico sul terziario e delocalizzazioni, determina una richiesta di forza lavoro diversamente specializzata. La differenza con la fase economica precedente riguarda, almeno per alcuni campi, la flessibilità della specializzazione: non è data una volta per sempre, deve piuttosto adattarsi alle esigenze del lavoro e saper attraversare i confini del proprio specialismo, rimanere aggiornata, programmare autonomamente il proprio «restare al passo». Questa esigenza è diffusa, e in alcuni campi ha dato luogo a numerose ricadute, evidenti in particolare dove il rapporto con le nuove tecnologie risulta più stretto.

In sociologia si definisce «società dell’informazione» il mondo in cui viviamo, intendendo con ‘informazione’ tutto ciò che, immateriale, produca valore (informazione giornalistica, pubblicità, prodotti culturali, comunicazioni ecc.). Al di là delle interpretazioni specialistiche, per un europeo dei nostri anni intuitivamente è facile comprendere quali siano i caratteri della centralità sociale dell’informazione; e come questa centralità, veicolata dall’informatizzazione dell’esistenza, ne faccia uno dei settori di punta dello sviluppo economico. È proprio all’interno di questo settore che, negli ultimi 25 anni, diventano necessarie figure professionali specifiche e versatili, in grado di gestire attivamente la strumentazione informatica, di valutare l’estetica di un prodotto (es. un sito), di maneggiare i linguaggi verbali e non verbali, e soprattutto di intercettare i movimenti dell’immaginario, le idiosincrasie, quel che ‘tira’ o che potenzialmente può esplodere, e tutto questo al ritmo dei millisecondi della trasmissione via fibra ottica. Si tratta di un terreno che, al momento, è in grado di garantire grandi profitti. Essere in sincronia con le vibrazioni della rete, esserne consapevoli e avere i mezzi per esercitare un minimo di pressione vuol dire, tra l’altro, potervi influire. Si tratta di specializzazioni flessibili, che non si apprendono se non attraverso la pratica, e che fanno tesoro di un valore umano, di una capacità intuitiva difficili sia da educare che da misurare.

L’esplosione di questa categoria di lavori può essere affrontata da un altro punto di vista, con lenti culturali piuttosto che economiche. L’importanza dell’influenza – e, su un altro piano, del controllo – sull’immaginario è legata alla stagione culturale iniziata negli anni Settanta, nella quale siamo oggi immersi. L’atteggiamento culturale postmoderno nasce da un rifiuto delle grandi narrazioni (culturali, politiche, ma anche religiose) e dell’etica (nel bene e nel male) collettiva della modernità, facendo perno sull’individuo immerso in un mondo di informazioni indifferenziate e immediatamente fruibili. Dire che «la profondità è sostituita dalla superficie o da più superfici» [Jameson] significa rilevare, attraverso una metafora spaziale, la sostituzione di un modo conoscitivo incentrato sul primato della razionalità e sulla fiducia nella conoscenza storica con uno incentrato su relativismo, associazioni mentali, memoria involontaria. In termini meno astratti, ciò significa un’importanza accresciuta – anche, banalmente, in termini di tempo di fruizione – di intrattenimenti informatici e individuali, a discapito di altre forme di impiego del tempo tipiche del moderno, più ‘materiali’ e comunitarie. Ribaltando il discorso precedente, si può allora vedere la nascita di lavori come risposta del mercato – e dell’offerta di merci – alle nuove esigenze culturali del postmoderno: i nuovi mestieri nella società dell’informazione nascono dall’esigenza di maggiore velocità, completezza, pervasività dei linguaggi nella vita di ognuno.

Lo stesso fenomeno, dunque, può essere osservato da una prospettiva socioeconomica, oppure culturale. I dati restano – nuovi lavori, nuovi modi delle persone di fruire l’informazione, spostamento del settore di punta – ma con sfumature diverse. Diciamo che dare una priorità ai cambiamenti culturali comporta il rischio di leggere i mutamenti economici come naturali: come adeguamenti necessari, conseguenti a cambiamenti d’altro livello, del tipo appunto: «il mondo è cambiato», nessuno si stupisce che cambino i lavori. Teniamo presenti tutte e due le prospettive, e concentriamoci su quelli che definiamo lavori creativi.

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