L’occhio dell’alieno

Presentiamo un reportage letterario e fotografico del Vega. Il Vega è un immenso complesso di ferro e vetro costruito in mezzo al porto di Marghera, pensato come laboratorio di innovazione e luogo ottimale per il lavoro della classe creativa La scorsa primavera un paio di persone dalla redazione di Figure l’hanno visitato. Qui di seguito fotografie e impressioni.

 

I.

 

 Il VEGA (VEnice GAteway for Science and Technology) è un sito composto da quattro distretti che si espandono fino a occupare un’area di ventisei ettari. È uno dei più importanti parchi scientifico-tecnologici d’Italia. Svolge una funzione di networking, offrendo opportunità di collaborazione tra l’Università, il mondo dell’impresa e svariati centri di ricerca. I settori di cui viene privilegiato lo sviluppo all’interno della struttura puntano prevalentemente sull’innovazione tecnologica: nanotecnologie, Information Communication Technology e Green Economy.

Il VEGA occupa la medesima area in cui negli anni Venti del secolo scorso le prime imprese cominciarono a insediarsi a Porto Marghera. Qui i primi stabilimenti vennero edificati e messi in attività grazie agli investimenti di grandi gruppi imprenditoriali e finanziari, primo tra tutti quello di Giuseppe Volpi, Conte di Misurata, futuro Ministro delle Finanze e presidente di Confindustria dal 1934 al 1943. Senza le agevolazioni fiscali garantite dal governo del tempo qui non sarebbe stata possibile la costruzione di alcunché.

Gli edifici che oggi compongono il parco del VEGA sorsero negli anni Novanta del Novecento. Andarono a sostituire gli stabilimenti precedentemente attivi nell’area, che appartenevano perlopiù ad aziende produttrici di fertilizzanti chimici per l’agricoltura. La loro costruzione rientra all’interno di un programma di riqualificazione ambientale, gestito da una società consortile a responsabilità limitata e senza fini di lucro, al cui interno figurano il Comune di Venezia, Veneto Innovation, la Provincia di Venezia, l’Università Ca’ Foscari e IUAV. Senza i fondi strutturali garantiti dall’Unione Europea nessun progetto di conversione di Porto Marghera in un distretto del terziario avanzato avrebbe mai potuto essere attuato.

 

 

 

 

Cammino lungo Via delle Industrie in direzione di Fincantieri. È una serena mattina di primavera. Se non fosse per la consapevolezza di trovarmi a Porto Marghera, avrei l’impressione di respirare un’aria salubre, forse addirittura fortificante. Alla mia sinistra si ergono i resti di qualche stabilimento. Hanno una facciata dalla conformazione convessa e si espandono oblunghi in profondità. Questo li rende simili ad hangar, ma a vederli per come si presentano oggi ricordano piuttosto lo scheletro cavernoso del ventre di un cetaceo, o magari piuttosto di un qualche pachidermico animale primitivo, dinosauri o qualcosa di simile. Non si può entrare nell’area in cui i mostri del passato dormono il loro sonno eterno. Li si guarda solo da distante questi colossi ossei. L’arco in cemento armato da cui i lavoratori entravano per poi immergersi nelle pance di queste mastodontiche balene si staglia imponente in tutta la sua severità. Sembra la Porta del Tempo, una soglia che, come i cancelli d’ingresso ai cimiteri, se ne sta lì alludendo a qualcosa di intimo, che tuttavia ciascuno dimentica mentre è in vita.

 

 

 

 

 

 

 

II.

 

Sulla causa dell’estinzione dei dinosauri nella scienza permangono a tutt’oggi veli di mistero. Gli studiosi non sono in grado di offrire a riguardo una teoria coerente ed esaustiva. Alcuni sostengono che la loro scomparsa sia avvenuta a causa di un meteorite precipitato sulla Terra, il cui impatto avrebbe generato nell’atmosfera un calore tale da sconvolgere completamente le condizioni climatiche che garantivano ai pachidermi la conservazione della vita. Altri invece – più temerari, forse; sicuramente meno rigorosi – si spingono a dire che la ragione della loro fine sia da attribuire a un contatto avvenuto con popolazioni extra-terrestri. La responsabilità dell’estinzione della specie sarebbe da ricondurre dunque a quando sulla Terra – per la prima volta – arrivarono gli alieni.

 

 

 

 

 

 

L’occhio dell’alieno è una perla d’inchiostro; sembra una goccia caduta da una perdita proveniente dal toner di una stampante a sintetizzazione laser. Ciò che l’alieno guarda si imprime sulla retina dell’occhio. Il mondo, nell’occhio dell’alieno, diventa un riflesso. Le cose che c’erano prima non ci sono più. Perdono di consistenza. In compenso ciò che ne rimane viene sostituito dall’occhio stesso dell’alieno. Diviene in esso un’immagine potenziata da effetti di realtà aumentata. Nella pupilla dell’alieno vivono fantasmi lucidi. Sono trasfigurazioni di passato lanciate verso contorsioni temporali che protendono al domani. Ciò che esiste ora e ciò che è esistito acquistano nell’occhio dell’alieno l’aura del divenire. Lì ciò che rimane del tempo trascorso e il parziale dell’ora vengono integrati nell’avvenire, vanno verso il compiuto; e questo processo ha per nome progresso. L’alieno è venuto dal futuro affinché si possa essere fin da oggi ciò che si sarà domani. Passato e presente si depositano sulla superficie dell’occhio dell’alieno, vi si addentrano e ne percorrono le terminazioni nervose, giungono al centro delle sintesi neuronali, ritornano sotto forma di riflesso sulla patina lucida della pupilla, sembrano immagini che occupano uno schermo, ribaltano nel rimando speculare la prevedibilità dell’asse del tempo, divengono la trasposizione iconica di un’idea passata che ritorna dal futuro.

 

 

 

 

Da una parte c’è lo sguardo dell’alieno. Dall’altra ciò che lo sguardo dell’alieno osserva.

Lo sguardo dell’alieno è un raggio potente e pericoloso.

L’alieno cattura sulla superficie del proprio occhio ciò che il raggio colpisce.

Il raggio polverizza ciò che colpisce.

Sotto lo sguardo dell’alieno la materia evapora.

 

 

 

 

 

 

Quando arrivarono gli alieni i dinosauri se ne andarono.

La Terra cambiò volto.

Alcuni ancora faticano a riconoscerla.

 

 

 

 

Da fuori il campo-base della stazione aliena appare come un insieme ben strutturato di costruzioni sobrie e lineari. Il loro andamento formale segue le direttrici geometriche del parallelepipedo o della piramide. Hanno dimensioni imponenti e maestose, eppure non suscitano alla vista il senso d’autorità e pesantezza che ci si aspetterebbe da edifici di tal fatta. Sono enormi, ma non dominano il paesaggio: piuttosto lo assorbono. Queste costruzioni hanno introiettato nel proprio lessico formale il campo semantico irradiato dal termine integrazione. Estremamente diverse dallo spazio intorno e perfettamente a proprio agio nella differenza, liquidano l’alterità che esse stesse rappresentano in una sapiente maestria di riflessi. Le costruzioni degli alieni appaiono leggere. Armonizzano nel vetro rifrangente la spigolosità arcigna degli insediamenti autoctoni. Catturano e convertono ciò che è pesante nell’innocenza della superfice.

Non vogliono conflitto. Gli alieni vengono in pace.

 

 

 

 

 

 

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Intervista a Claudia Rualta

Per iniziare, ti chiedo in che cosa consiste il lavoro di cui ti occupi adesso, e di cui ti sei occupata in passato.

Io sono un copywriter, ma non solo. Soprattutto lavorando in azienda mi sono occupata della produzione di contenuti pubblicitari. Contenuti pubblicitari e definizione dei canali: un lavoro di marketing, insomma. Da quando lavoro in proprio invece, cerco – per quanto mi è possibile, perché comunque bisogna campare – di prediligere lavori in cui, oltre a questo, entra in gioco anche un altro tipo di concetto: non fare pubblicità e basta, ma di cercare di dare una voce a chiunque voglia tentare di raccontarsi, e non ci riesce. In questo, forse, rientra più il concetto di creatività, o anche semplicemente di lavoro che a me piace fare.

C’è il marketing di base, e poi c’è l’idea dello storytelling. Questo, in particolare, deve necessariamente avere a che fare con i social, con cui io lavoro molto…  Dico sempre, quando un’azienda mi chiede come si deve fare, che la strada è quella di raccontare delle storie: ormai siamo eccessivamente sollecitati dai prodotti e dalle cose, che sono ovunque. L’unico modo che c’è per lasciare una traccia è quello di raccontare una storia…

Su questo torneremo… Credi che il tuo lavoro sia adeguatamente retribuito?

Prima assolutamente no: quando lavoravo in azienda prendevo 1000 euro al mese; è un tipo di lavoro che non puoi sbrigare solamente nell’orario d’ufficio, quando devi creare un oggetto creativo, o una campagna pubblicitaria… Quando ho scritto un documentario sulla grande guerra, spesso mi arrangiavo fuori dalle ore di lavoro, spesso e volentieri; o quando devi gestire i social, devi prendere il tuo tempo la sera. Sembra stupido detto così, ma è un tipo di lavoro per il quale è costantemente richiesta la reperibilità. Se lo fai fatto bene, ovviamente. Quindi, la retribuzione era scarsissima. Io ero inquadrata come apprendista, ma facevo molto più di questo; secondo me è un po’ il problema delle grandi aziende. Leggi tutto “Intervista a Claudia Rualta”

Storia della creatività

  1. In pochi capivano, quaranta anni fa, che nel giro di un decennio la centralità della fabbrica nella società sarebbe scomparsa; in ancor meno credevano che l’universo simbolico dell’Italia operaia si sarebbe sgretolato nel giro di una manciata d’anni. Eppure, gli schemi con i quali oggi consideriamo economia e mondo del lavoro sono frutto dei mutamenti intervenuti, in Italia, a partire dalla metà degli anni Settanta: aumento esponenziale degli addetti del terziario a discapito dell’industria, esplosione del mercato della merce immateriale, post-fordismo e delocalizzazioni della produzione. Alla trasformazione economica segue il ridisegnarsi del rapporto fra l’individuo e la sfera sociale e politica; sul piano culturale, miti e modelli di interpretazione si avvicendano, in una successione sempre più rapida. L’impressione è che, davvero, tutto sia cambiato.

 

  1. I cambiamenti che hanno interessato l’universo economico e produttivo negli ultimi quarant’anni non potevano che avere delle ricadute complesse sul mondo del lavoro. La certezza per cui «il mondo del lavoro è completamente cambiato», o semplicemente «il mondo è cambiato», esprime una verità legata ai fenomeni articolati e globali cui abbiamo accennato sopra. La robotizzazione della produzione e – parzialmente – della logistica, unita allo spostamento dell’asse economico sul terziario e delocalizzazioni, determina una richiesta di forza lavoro diversamente specializzata. La differenza con la fase economica precedente riguarda, almeno per alcuni campi, la flessibilità della specializzazione: non è data una volta per sempre, deve piuttosto adattarsi alle esigenze del lavoro e saper attraversare i confini del proprio specialismo, rimanere aggiornata, programmare autonomamente il proprio «restare al passo». Questa esigenza è diffusa, e in alcuni campi ha dato luogo a numerose ricadute, evidenti in particolare dove il rapporto con le nuove tecnologie risulta più stretto.

In sociologia si definisce «società dell’informazione» il mondo in cui viviamo, intendendo con ‘informazione’ tutto ciò che, immateriale, produca valore (informazione giornalistica, pubblicità, prodotti culturali, comunicazioni ecc.). Al di là delle interpretazioni specialistiche, per un europeo dei nostri anni intuitivamente è facile comprendere quali siano i caratteri della centralità sociale dell’informazione; e come questa centralità, veicolata dall’informatizzazione dell’esistenza, ne faccia uno dei settori di punta dello sviluppo economico. È proprio all’interno di questo settore che, negli ultimi 25 anni, diventano necessarie figure professionali specifiche e versatili, in grado di gestire attivamente la strumentazione informatica, di valutare l’estetica di un prodotto (es. un sito), di maneggiare i linguaggi verbali e non verbali, e soprattutto di intercettare i movimenti dell’immaginario, le idiosincrasie, quel che ‘tira’ o che potenzialmente può esplodere, e tutto questo al ritmo dei millisecondi della trasmissione via fibra ottica. Si tratta di un terreno che, al momento, è in grado di garantire grandi profitti. Essere in sincronia con le vibrazioni della rete, esserne consapevoli e avere i mezzi per esercitare un minimo di pressione vuol dire, tra l’altro, potervi influire. Si tratta di specializzazioni flessibili, che non si apprendono se non attraverso la pratica, e che fanno tesoro di un valore umano, di una capacità intuitiva difficili sia da educare che da misurare.

L’esplosione di questa categoria di lavori può essere affrontata da un altro punto di vista, con lenti culturali piuttosto che economiche. L’importanza dell’influenza – e, su un altro piano, del controllo – sull’immaginario è legata alla stagione culturale iniziata negli anni Settanta, nella quale siamo oggi immersi. L’atteggiamento culturale postmoderno nasce da un rifiuto delle grandi narrazioni (culturali, politiche, ma anche religiose) e dell’etica (nel bene e nel male) collettiva della modernità, facendo perno sull’individuo immerso in un mondo di informazioni indifferenziate e immediatamente fruibili. Dire che «la profondità è sostituita dalla superficie o da più superfici» [Jameson] significa rilevare, attraverso una metafora spaziale, la sostituzione di un modo conoscitivo incentrato sul primato della razionalità e sulla fiducia nella conoscenza storica con uno incentrato su relativismo, associazioni mentali, memoria involontaria. In termini meno astratti, ciò significa un’importanza accresciuta – anche, banalmente, in termini di tempo di fruizione – di intrattenimenti informatici e individuali, a discapito di altre forme di impiego del tempo tipiche del moderno, più ‘materiali’ e comunitarie. Ribaltando il discorso precedente, si può allora vedere la nascita di lavori come risposta del mercato – e dell’offerta di merci – alle nuove esigenze culturali del postmoderno: i nuovi mestieri nella società dell’informazione nascono dall’esigenza di maggiore velocità, completezza, pervasività dei linguaggi nella vita di ognuno.

Lo stesso fenomeno, dunque, può essere osservato da una prospettiva socioeconomica, oppure culturale. I dati restano – nuovi lavori, nuovi modi delle persone di fruire l’informazione, spostamento del settore di punta – ma con sfumature diverse. Diciamo che dare una priorità ai cambiamenti culturali comporta il rischio di leggere i mutamenti economici come naturali: come adeguamenti necessari, conseguenti a cambiamenti d’altro livello, del tipo appunto: «il mondo è cambiato», nessuno si stupisce che cambino i lavori. Teniamo presenti tutte e due le prospettive, e concentriamoci su quelli che definiamo lavori creativi.

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Il mito della creatività

Una volta che ci si è accorti dell’esistenza del mito della creatività si inizia a rintracciarlo un po’ dappertutto; si inizia pian piano a vederlo nelle sue personificazioni – i creativi – e nella sua presenza nel mondo del lavoro – il lavoro creativo o i modi creativi di compiere un lavoro; si sentono risuonarne la parole  in molti discorsi a vari livelli (nei telegiornali, nei blog, su facebook, negli annunci di lavoro, nelle chiacchere da bar…); lo si nota come un’aura che colora molte figure significative del nostro immaginario. La tinta euforica che sempre si accompagna al mito della creatività viene utilizzata per rappresentare una serie di oggetti, valori e luoghi anche molto diversi tra di loro; i colori ricordano quelli delle fotografie di Oliviero Toscani. Anche quando non vengono usate direttamente la parola e i suoi derivati ci si accorge, man mano che si affina lo sguardo, che una serie di altri lemmi, concetti e valori che con essa costruiscono una ragnatela simbolica (innovazione, originalità, bellezza diffusa, genio, successo…) sono disseminati nel mondo che abbiamo davanti, nei nostri discorsi quotidiani. La creatività appare nella forma del mito: non semplicemente una mistificazione, ma narrazioni, immagini, costellazioni di elementi che producono identità culturali e collettive, all’interno delle quali le persone possono riconoscersi e riconoscere i loro simili, ricondurre le loro esperienze particolari a un modello generale. Abbiamo iniziato pensando di dover portare in superficie un ossicino un po’ coperto dalla terra e ci accorgiamo, mano a mano che si scava, che l’ossicino è il dito di una zampa dello scheletro di brontosauro, sepolto sotto tutta la pianura circostante.

Ci sono tante accezioni di creatività, usi svariati; certi luoghi caratteristici e non altri. Ambienti urbani e non rurali, la West Coast e non Foggia; atelier e laboratori universitari; narrazioni parodistiche ed epiche. E ancora di più sono le sfere dell’esistenza tinteggiate dai colori in technicolor del mito, modelli di vita più o meno pervasivi: un certo modo di vestirsi e divertirsi, un certo gusto musicale, dei consumi culturali ricercati e diversi da quelli della produzione massificata, diritti civili e ecologismo: tutta una serie di elementi che costituiscono una rappresentazione del sé, un’immagine di uomo a cui tendere; quello che potevano essere i santi e gli eroi in epoche passate. C’è un pensiero che nutre il mito secondo il quale la creatività sarebbe capace di interpretare l’uomo nella sua totalità, tanto da prendere le forme precettistiche di una filosofia di vita, fatta di una morale, di ritualità e appunto di miti. Possiamo vedere un uso di questa ragnatela di concetti e discorsi nei dibattiti sulla scuola e sull’educazione: nelle idee della scuola steineriana, nelle riforme e nelle direttive dell’istruzione pubblica degli ultimi anni, nei consigli che vengono dati ai giovani che riflettono su cosa faranno da grandi e nella costruzione dei loro sogni di libertà futura. Nelle forme che dovrebbe assumere una vita degna di essere vissuta. Numerose sono le figure che portano l’aureola creativa sulla fronte, diventandone – anche senza volerlo – gli eroi: da Leonardo da Vinci a Mark Zuckerberg, dai geni della scienza ai divi del rock, passando per cuochi e tatuatori, programmatori e ingegneri informatici; ma anche figure nuove che nascono negli spazi liberati del nuovo mondo: youtuber, fashion blogger, organizzatori di eventi (categorie un po’ sfottute, un po’ ammirate, un po’ invidiate). Sia il grande immaginario globale e nazionale che il nostro piccolo immaginario privato, fatto di posti frequentati e facce conosciute, sono popolati da figure significative che risplendono dell’aura mitica della creatività.

La diffusione è tale e talmente disordinata che risulta complesso tenerne assieme i pezzi: ci sono barbieri creativi, bar creativi, persone che vivono da creative il loro tempo libero; si parla di economia creativa (il sottotitolo: come le persone fanno dei soldi con le idee). Il mito ci racconta che ogni cosa potenzialmente può essere fatta con un surplus dato dalla creatività e che ognuno possa essere – nel suo piccolo ma anche in grande – un artista di quello che fa, esprimendo sé stesso. Questo viene da pensare quando si parla di creatività nella gestione aziendale; creatività come caratteristica che, non solo il manager, ma anche il lavoratore non specializzato dovrebbe possedere e/o sviluppare per migliorare il suo lavoro e la produzione, per gli interessi aziendali, ma anche per i suoi propri. Nessuno vuole essere un lavoratore-macchina, l’appendice biologica di app, torni e computer; tutti vogliono essere degli individui che partecipano attivamente a quello che fanno, soprattutto se questo occupa una parte consistente del loro tempo e delle loro energie. Quando si parla di mito della creatività si sta parlando soprattutto di individui e del modo che hanno di vivere la loro vita: di un’idea di uomo che serpeggia tra le narrazioni e le immagini, presentata come esportabile in ogni campo e in ogni luogo, un’idea di uomo che rimanda necessariamente a un’idea di mondo. Questo.

 Una cosa però sembra univoca e difficilmente contestabile rispetto al mito della creatività: la creatività è la luce che illumina ciò che oggi funziona. Nella indubitabile criticità del momento (disoccupazione e disservizi esistenziali) creativo è chi ce l’ha fatta. Chi non ce l’ha fatta non è creativo; chi ce l’ha fatta è riuscito grazie agli auspici della creatività. Nella vita e nel lavoro, a vari livelli, in vari modi, l’homo creativus sorride all’obiettivo quando lo fotografano, sembra molto soddisfatto: ha il diritto di parlare della sua esperienza e noi lo ascoltiamo. Dice Io, come chi ha capito qualcosa di come va il mondo, come chi – di fronte a un problema condiviso da molti – ha proposto nella pratica stessa del vivere una soluzione vincente. Storie di eccellenza che diventano modelli da seguire. Come quella di alcuni studenti di Bologna che, ritrovandosi il frigo sempre vuoto, creano un sito internet che ti connette con una lista infinita di pizzerie, ristoranti e kebab; ti permette di scegliere comodamente nei loro listini informatizzati e ricevere la cena direttamente a casa. I diritti di PizzaBo sono stati poi venduti per cifre milionarie (si parla di cinque milioni di euro). Una storia che assomiglia a molte altre, anche e soprattutto nel modo in cui è raccontata. Un giovane o dei giovani, sotto ogni aspetto normali, spesso abili ad usare il computer – ma non necessariamente – hanno una buona idea, semplice, che risolve inizialmente un problema personale o crea qualcosa di nuovo; la realizzano quasi per gioco, per scherzo o per caso: funziona. Ci si accorge che il problema che hanno risolto è un problema di molti; la novità è affascinante per tanti; la vendono e diventano milionari. L’ingrediente magico in questa meccanica del successo è la creatività. L’idea era buona perché non era mai venuta a nessuno, fatta della semplicità di cui sono fatte le idee geniali, pensate nel presente ma già nel futuro. Si può leggere l’oggi come crisi o come possibilità. Non è difficile capire da che parte stanno i nostri.

(E chi non ce l’ha fatta? di questo il mito non parla.) Leggi tutto “Il mito della creatività”