Editoriale

Non si sceglie il nome alla nascita, altri te ne affidano uno con cui sarai chiamato, conosciuto e riconosciuto nel mondo. Quando si decide di formare un gruppo – qualsiasi gruppo che sia costituito da più di una persona – la prima problematica emerge insieme alla questione del nome da assumere. Solitamente la si accantona quasi subito; prima meglio capire chi si è: come si pensa, dove si vuole andare e perché e chi sono i buoni e i cattivi maestri e un insieme di altri rovelli. Per una volta che il nome non cala arbitrario e vuoto, meglio approfittarne; meglio non sbagliare.

Così sono trascorsi due anni di lavoro prima che questo progetto prendesse forma e nome, andando a identificare un gruppo di persone con in comune sicuramente il percorso di studi di carattere umanistico, nonché una serie di tensioni più o meno sotterranee che quello stesso percorso ha lasciato affiorare. La prima è l’esigenza di una comunità, al contempo umana e pensante. Alla base sta il desiderio di non adattarsi a una parabola che declina la vita adulta come momento di separazione e ritiro nel privato; c’è inoltre la consapevolezza che il pensiero funzioni meglio quando inserito in un dialogo, nel momento in cui trovi confronto e scontro, un margine di resistenza che lo costringa a modellarsi o rafforzarsi. Il nostro ritrovarci è stato quindi un modo per dare continuità a ciò che abbiamo imparato o stiamo imparando – più a livello di metodi che di contenuti – sbrigliando il momento formativo dalle aule universitarie e portandolo nelle cucine e nei salotti (che poco hanno a che fare con i ben più rinomati salotti letterari del passato e tantomeno con le serate futuriste): un po’ come a dire, portandolo fuori da un confine spaziale e temporale, facendolo diventare una pratica di analisi di ciò che ci circonda, che sappia crescere insieme alle nostre domande.

Proprio le domande rappresentano uno stimolo ulteriore alla formazione del nostro gruppo; in esse converge la sensazione che una qualsiasi serie di fenomeni politico-economico-sociali non possa rimanere irrelata; che anzi proprio questa frantumazione dei nessi fra una realtà e l’altra contribuisca alla determinazione di un pulviscolo intellettuale favorevole al mantenimento dello stato di cose. Per questo motivo abbiamo scelto un metodo di indagine che punti a integrare il frammento in una ragnatela di fenomeni, la quale ingabbia spesso un’ideologia precisa, un modo di determinare la vita e l’uomo. Se osservando aspetti e retoriche del contemporaneo balugina il senso di una costellazione a sorreggere il caos, l’istinto o l’atto di volontà che ne consegue è quello di indagarlo. Non tanto per smascherare ciò che è più o meno ovvio – l’epoca senza ideologie si culla beata nell’ideologia neoliberista – quanto per lasciar vedere le giunture di un corpo che ci vien presentato come slegato e inerme. A partire da qui si ragioni, assieme o autonomamente.

Arriviamo quindi al nome: Figure. Il termine si lega alla retorica, identifica un luogo di aggregazione e condensazione di senso. In alcune figure (come la sinestesia o la metafora) ciò che normalmente è irrelato viene congiunto; in altre (si pensi all’ossimoro o all’antitesi) si avvicinano al bruciare della contraddizione termini o concetti antitetici; ancora la figura gioca con i suoni delle parole, ne annida l’una nell’altra. In generale la figuralità accende un testo o un discorso, incide la memoria richiamando l’icasticità di un’immagine: rimane e permane. Identifica un’attenzione alla lingua e all’immaginario che in essa si condensa. Interpreta la lingua infine nei termini di una complessità e ambiguità non sempre districabili, mobilitando l’esigenza di una dialettica e di uno sforzo non pacificabile del pensiero.

Abbiamo scelto come tema del primo numero la creatività e il lavoro creativo. Economicamente, si tratta di un settore in espansione, forse l’unico che nel decennio di crisi ha attraversato momenti di crescita esponenziale. Alcune contraddizioni della nostra società vi trovano particolare evidenza: la produzione di immaginario e di oggetti simbolici tende all’autonomia rispetto alla materialità della merce; l’aumento della disparità fra valore prodotto dal singolo dipendente, e sua retribuzione; l’occultamento dei rapporti di forza dietro a forme morbide, che non ne intaccano tuttavia la sostanza.

Il lavoratore creativo, al di là della definizione particolarmente evocativa, è subordinato al pari di molti altri, forse con un controllo lievemente maggiore sul proprio tempo lavorativo, sottoposto a trattamento contrattuale spesso precario, o costretto alla partita IVA – come in molti altri settori – inserito in una gerarchia produttiva più o meno rigida – meno che altrove. La sua mansione consiste nel dar forma, attraverso la propria sensibilità, a un determinato prodotto immateriale: deve divenire un prisma, rifrangere la realtà secondo le specifiche provenienti dal committente. Se la merce dice soltanto se stessa, egli deve produrre dei significati che si adattino a lei e al target di consumatori. Questa automobile è veloce, questa automobile è ecologica, è dolce, è rosa, è avvolgente, è sicura, duttile, facile, arrogante; ricorda un quadro di Boccioni, fast and furiors, compone la realtà attorno a sé, evoca un razzo con testata termonucleare, una barca che solca il verde, porta con sé gioia, conduce a te le donne, ti rende sicura, si integra nel paesaggio urbano, si connette col paesaggio mentale, è sempre interconnessa. La competenza del lavoratore creativo consiste nel saper lavorare l’immaginario: ciò ne fa un mestiere tipico del nostro tempo, forse più stimolante – per chi ne sia portato – di molti altri.

Dunque, perché la creatività e il lavoro creativo dovrebbero meritare una riflessione, se non vi si riscontrano fenomeni di sfruttamento più marcati che in altre situazioni, e se non rappresentano altro che un nuovo tipo di impiego, spesso più intrigante rispetto ad altri mestieri? Proprio perché non si parla d’altro che di questo, di un lavoro. È necessario approfondire i concetti: il lavoratore creativo non è assunto per la propria propensione alla creatività. Egli, come ci spiega uno dei nostri intervistati, necessita di una competenza che «non è una qualità: è un mindset, un’attitudine mentale, che si può imparare, sviluppare, perdere o non trovare proprio, ma non è un “sono portato per questo, lo faccio”».

Nel discorso comune, invece, la creatività ha a che fare con un tipo umano innovativo, 2.0, flessibile (mentalmente), artista o artistoide, folle, ispirato, demiurgico e istrionico:

tali caratteristiche lo identificano, lo distinguono dagli altri individui – hanno un portato antropologico, o addirittura ontologico. Egli è il creativo, una delle proposte umane vincenti di questa alba di XXI secolo: si deve (per lavorare) e assieme si vuole (per autodefinirsi) essere creativi. È proprio questa identificazione coatta fra due campi completamente diversi (necessità e desiderio) a determinare l’ambiguità e l’oscillazione del termine, che risulta così difficile da definire. Abbiamo cercato di chiarire questa confusione, rendendoci conto sempre più che riflettere sulla creatività significa assumere un punto di vista privilegiato su alcuni dei processi ideologici dell’era della fine delle ideologie, il neoliberismo. Attraverso il concetto di creatività passa una certa idea – cui, per inciso, non sempre lo stesso lavoratore creativo sembra credere: quella di definire se stessi soltanto attraverso l’espressione creativa dell’interiorità, senza mediazioni, all’interno di spazi appositamente predisposti dal mercato, nel modo più semplice possibile. Tutti vogliono essere creativi, tutti possono in pratica esserlo (il lavoro creativo sarebbe dunque la messa a valore di tendenze più generali). Internet non solo è saturo in questo senso, ma la sua tendenza è quella di lavorare a riprodurre il brodo di coltura della creatività, proponendo sempre nuove tecnologie per facilitare e ampliare l’espressione del soggetto e dei suoi desideri, e nuovi stimoli in questa direzione. Una serie di miti ne orienta la sensibilità, passando dai campi più diversi.

Che cosa c’è di male, dunque? Il discorso dominante ci rivela come oggi possibile la coincidenza fra necessità e desiderio, fra lavoro ed espressione artistica: il sogno di ciascuno. Tuttavia, scavando in fondo alla cosa, l’alternativa è netta: da una parte c’è la proposta del mercato, del neoliberismo, che concede al soggetto la realizzazione nell’espressione del sé, all’interno di nicchie sempre più definite e normate, in cambio dell’accesso alla miniera dei desideri, alla mercificazione dell’immaginario, al controllo sulla propria vita anche interiore; dall’altra, c’è la possibilità, solo teorica o al massimo esperita in ristretti gruppi, di un rapporto con se stessi che non sfugga il confronto con gli altri, con la collettività, la durezza delle mediazioni, il conflitto, la costruzione, infine l’opera artistica come forza contraddittoria e la riflessione sull’arte. Ancora una volta, non è l’espressione creativa ad essere qui criticata, quanto la sua funzione all’interno del contesto neoliberista: che è di sublimazione delle ansie collettive, dell’assenza di senso, delle tensioni all’autenticità, ma in un’ottica riprodotta in serie, preformata e rigidamente orientata – dunque, in direzione di un sempre più stretto controllo sociale.

Sebbene il primo numero della rivista sia scritto quasi interamente dai membri della redazione, la nostra speranza è di poter dialogare con il più ampio numero di persone, collettivi, soggetti politici. La rivista è dunque disponibile a ospitare contributi di soggetti esterni, ma soprattutto a divenire spazio di discussione delle letture proposte con chiunque dimostri interesse.

Il nostro intento è quello di mantenere un doppio piano: da una parte, la rivista elettronica sarà rapidamente accessibile a chiunque sia interessato, indipendentemente dalla distanza geografica; dall’altra, ci sembra necessario un confronto di persona con i possibili interlocutori sul territorio nel quale operiamo. Per questo, ci proponiamo di organizzare una serie di presentazioni per dare conto del lavoro fatto e favorire la discussione: più sarà critica, più servirà. Viviamo nel nordest ma ci muoviamo e abbiamo letti per ospitare chi, passando di qui, abbia voglia di fare due chiacchere.

Per contattarci, criticarci, proporre idee e collaborazioni: contatti@rivistafigure.it

Il lavoro presentato in questa rivista è collettivo, e collettivamente ci assumiamo la responsabilità di ogni singola parola. Tuttavia, dato che una collettività è composta di individui, segnaliamo che Retoriche della creatività è principalmente merito di Emaneule Caon, Storia della creatività di Filippo Grendene e Federico Quistelli, Il mito della creatività di Isacco Boldini, Filippo Gobbo e Giulia Spagna, Il ribaltamento come matrice conoscitiva di Stefania Giroletti, L’eterna cronaca di Giovanni Pontolillo, il reportage dal Vega è di Filippo Grendene e Francesco Rizzato. La traduzione del saggio di Reckwitz è di Emiliano Zanelli. Le interviste sono state effettuate dai membri della redazione.