Organizzare il conflitto, ricostruire la sinistra

di Marco Gatto

[Nelle prossime settimane verranno pubblicati una serie di interventi riguardanti Potere al Popolo.

All’interno della redazione è in atto un dibattito intenso sul nuovo soggetto politico nato a novembre dalla proposta dell’ex-Opg di Napoli. Fra noi alcuni ci stanno lavorando attivamente, altri no; in ogni caso il dibattito ha prodotto una serie di domande, problemi, criticità rispetto a un progetto difficile da comprendere nella sua complessità, in particolare in rapporto al momento storico – il presente – nel quale tutto ciò sta accadendo. A partire dall’impegno dei singoli e dai dubbi di tutti, abbiamo chiesto un contributo ad alcune figure del panorama culturale italiano, accademici e non accademici, scienziati e umanisti, scrittori, sociologi, giornalisti, giuristi… figure attive politicamente o meno; entusiasti o critici nei confronti di Potere a Popolo; con i quali, in ogni caso, pensiamo di condividere una serie di valori che banalmente possiamo chiamare di sinistra.

(Molti non ci hanno risposto).

Abbiamo chiesto un intervento che argomentasse entusiasmi, dubbi, problematicità e nodi fondamentali, e – favorevole o contrario al progetto – riuscisse a produrre un discorso critico, in un momento come la campagna elettorale ostile ad accogliere le contraddizioni.]


Mediazione, disciplina, limite, dialettica, popolo, egemonia, lavoro: queste, per me, sono le parole della Sinistra. Pronunciarle significa entrare in rapporto con una tradizione di pensiero e con la sua lezione. Per noi italiani, significa guardare a un maestro irrinunciabile: Antonio Gramsci. Il quale ha insegnato a concepire il lavoro politico in termini di processo, di costruzione concreta e quotidiana, e di critica permanente del senso comune.

La crisi in cui versa la sinistra nel nostro paese insegna che l’adesione passiva allo spirito dei tempi, alimentata da buone dosi di fraintendimento e di falsa coscienza, non può produrre una reale alternativa; che non si può ridurre il corredo valoriale trasmesso dalle generazioni passate a una sterile e transitoria tattica delle alleanze, tanto più se progettata a tavolino; che una forte discontinuità dal modello liberale e liberista si ottiene solo costruendo sul tempo lungo una logica di partecipazione diversa, che non può essere – lo dico con forza – quella dello stile populista.

Ciò per affermare che la Sinistra oggi deve mirare a una rielaborazione cosciente dei suoi valori. Deve rimettere in gioco parole e concetti sentiti irresponsabilmente come vetusti, senza il timore d’essere giudicata anacronistica; deve porsi il problema dell’organizzazione del conflitto, senza guardare al “basso” dei movimenti con gli occhiali mitizzanti del desiderio, ma riparlando piuttosto di lotta di classe; deve ristabilire nessi di mediazione tra gli obiettivi e le pratiche quotidiane; ricostruire la parola “militanza” senza trascurare il pensiero e l’approfondimento avvertito, perché, come ha scritto Franco Fortini, “non si lotta efficacemente contro l’autoritarismo se non se ne sa il perché”; rimettere sul tavolo dei problemi la questione meridionale, senza seducenti formule culturalistiche; deponendo per sempre parole come “narrazione”, deve incaricarsi di costruire, anche utopisticamente, una pedagogia generalizzata e concreta da opporre all’individualismo dei nostri tempi; deve elaborare forme di partecipazione ben contestualizzate, dalle quali partorire nuovi quadri; promuovere i valori del ragionamento, persino della pacatezza, contro lo spontaneismo rizomatico ed eccitante della falsa partigianeria, del tutto aderente all’orizzonte neoliberale e facile da strumentalizzare. Leggi tutto “Organizzare il conflitto, ricostruire la sinistra”

Su Potere al Popolo

di Romano Luperini

 

[Nelle prossime settimane verranno pubblicati una serie di interventi riguardanti Potere al Popolo.

All’interno della redazione è in atto un dibattito intenso sul nuovo soggetto politico nato a novembre dalla proposta dell’ex-Opg di Napoli. Fra noi alcuni ci stanno lavorando attivamente, altri no; in ogni caso il dibattito ha prodotto una serie di domande, problemi, criticità rispetto a un progetto difficile da comprendere nella sua complessità, in particolare in rapporto al momento storico – il presente – nel quale tutto ciò sta accadendo. A partire dall’impegno dei singoli e dai dubbi di tutti, abbiamo chiesto un contributo ad alcune figure del panorama culturale italiano, accademici e non accademici, scienziati e umanisti, scrittori, sociologi, giornalisti, giuristi… figure attive politicamente o meno; entusiasti o critici nei confronti di Potere a Popolo; con i quali, in ogni caso, pensiamo di condividere una serie di valori che banalmente possiamo chiamare di sinistra.

(Molti non ci hanno risposto).

Abbiamo chiesto un intervento che argomentasse entusiasmi, dubbi, problematicità e nodi fondamentali, e – favorevole o contrario al progetto – riuscisse a produrre un discorso critico, in un momento come la campagna elettorale ostile ad accogliere le contraddizioni.]


Ho scarse informazioni su Potere al popolo, e quindi ho molta difficoltà a rispondere alle vostre richieste. Ho letto il Manifesto e poco altro. Ho scritto dichiarando il mio interesse e chiedendo maggiori informazioni, ma ho ricevuto solo il rinvio al sito. Ho l’impressione, già da questo particolare, che la struttura organizzativa sia abbastanza fragile. Poiché nella mia zona non è percepibile alcuna azione politica di questa nuova associazione politica (e non penso sia l’unica in Italia), come potrei altrimenti farmene una idea? E come è impossibile per me, lo è chi sa per quanti altri.

Comunque il Manifesto ha suscitato la mia attenzione perché è scritto in un linguaggio fresco e incisivo, che mi ha ricordato Podemos più che le formazioni tradizionali della sinistra radicale. Confesso infatti che, stante anche l’adesione di alcune di esse al progetto di Potere al popolo, il dubbio che possano condizionarne la linea politica e la propaganda era forte, e non è certo tuttora svanito del tutto. Se gli atteggiamenti minoritari, rancorosi e settari che hanno caratterizzato la sinistra estrema prevalessero, il futuro di Potere al popolo ne sarebbe condizionato in modo gravemente negativo. Oggi esiste uno spazio politico che le strutture vecchie e imbalsamate di Liberi e uguali lasciano ampiamente scoperto. Ricoprirlo, cogliere il nuovo e porlo al centro dell’impegno e della lotta richiede un linguaggio nuovo e un modo nuovo di fare politica. E si tratta poi di individuarlo, questo nuovo, e di costruire su di esso tattica e strategia. Leggi tutto “Su Potere al Popolo”

Intervista a Francesca Coin

[Nelle prossime settimane verranno pubblicati una serie di interventi riguardanti Potere al Popolo.

All’interno della redazione è in atto un dibattito intenso sul nuovo soggetto politico nato a novembre dalla proposta dell’ex-Opg di Napoli. Fra noi alcuni ci stanno lavorando attivamente, altri no; in ogni caso il dibattito ha prodotto una serie di domande, problemi, criticità rispetto a un progetto difficile da comprendere nella sua complessità, in particolare in rapporto al momento storico – il presente – nel quale tutto ciò sta accadendo. A partire dall’impegno dei singoli e dai dubbi di tutti, abbiamo chiesto un contributo ad alcune figure del panorama culturale italiano, accademici e non accademici, scienziati e umanisti, scrittori, sociologi, giornalisti, giuristi… figure attive politicamente o meno; entusiasti o critici nei confronti di Potere a Popolo; con i quali, in ogni caso, pensiamo di condividere una serie di valori che banalmente possiamo chiamare di sinistra.

(Molti non ci hanno risposto).

Abbiamo chiesto un intervento che argomentasse entusiasmi, dubbi, problematicità e nodi fondamentali, e – favorevole o contrario al progetto – riuscisse a produrre un discorso critico, in un momento come la campagna elettorale ostile ad accogliere le contraddizioni.]


La prima domanda è molto semplice: conosci Potere al popolo?

Non ho seguito direttamente l’iniziativa di Potere al Popolo. Ero all’estero nel momento in cui è stata cancellata l’assemblea del Brancaccio ed è stata indetta l’assemblea fondativa, dunque non ho potuto seguire quest’esperienza se non attraverso terzi (attraverso amici che magari sono coinvolti direttamente, o attraverso i media). L’idea che mi sono fatta, in questo senso, è un’idea indiretta, attraverso la quale penso di aver colto solo alcuni aspetti del percorso da cui il progetto nasce e delle finalità che si pone.

La seconda domanda richiede una risposta forse un po’ impressionistica, legata al nome della lista e ai due termini che in esso compaiono. Potere e Popolo infatti sono due termini ormai desueti nel discorso di sinistra. Come valuti la scelta?

Forse questa è la domanda più delicata: il concetto di popolo non solo è desueto ma è anche divisivo, in quest’epoca, forse anzitutto in Italia. Il concetto di popolo nasce dall’identificazione hobbesiana con lo Stato-nazione, e allude a una specie di volontà unica che esiste come riflesso dello stato, “se stato, allora popolo”, diceva Virno commentando Hobbes. Questo “uno”, di fatto, non è mai dato ma esiste nell’immaginario collettivo e oggi esiste ancorpiù come espressione della nostalgia. Su questo si sono spesi fiumi di parole ed è evidente che il nome di “potere al popolo” è stato esposto a critiche. Leggi tutto “Intervista a Francesca Coin”

Se soffia il vento. Le ragioni concrete di Potere al popolo

di Emanuele Zinato

[Nelle prossime settimane verranno pubblicati una serie di interventi riguardanti Potere al Popolo.

All’interno della redazione è in atto un dibattito intenso sul nuovo soggetto politico nato a novembre dalla proposta dell’ex-Opg di Napoli. Fra noi alcuni ci stanno lavorando attivamente, altri no; in ogni caso il dibattito ha prodotto una serie di domande, problemi, criticità rispetto a un progetto difficile da comprendere nella sua complessità, in particolare in rapporto al momento storico – il presente – nel quale tutto ciò sta accadendo. A partire dall’impegno dei singoli e dai dubbi di tutti, abbiamo chiesto un contributo ad alcune figure del panorama culturale italiano, accademici e non accademici, scienziati e umanisti, scrittori, sociologi, giornalisti, giuristi… figure attive politicamente o meno; entusiasti o critici nei confronti di Potere a Popolo; con i quali, in ogni caso, pensiamo di condividere una serie di valori che banalmente possiamo chiamare di sinistra.

(Molti non ci hanno risposto).

Abbiamo chiesto un intervento che argomentasse entusiasmi, dubbi, problematicità e nodi fondamentali, e – favorevole o contrario al progetto – riuscisse a produrre un discorso critico, in un momento come la campagna elettorale ostile ad accogliere le contraddizioni.]


 

I. La comparsa di Potere al popolo solleva questioni cruciali e concetti-chiave in cui il vecchio e il nuovo si intrecciano e in cui il seme del nuovo stenta ancora a germogliare. Eppure, da trent’anni in qua, è la sola proposta politica italiana su cui val la pena di sperare e di riflettere. Anzitutto il nome: contiene un termine che può suonare imbarazzante e che, a chi conosca il Novecento, può evocare una tradizione politica tragica o fallimentare. A esempio, quella dei Fronti popolari legati allo stalinismo, dalla Guerra di Spagna alle elezioni italiane del 1948 in cui socialisti e comunisti si presentarono uniti con un simbolo con il volto di Garibaldi incastonato in una stella verde. Unità popolare è anche il nome dell’alleanza fra socialisti democratici e comunisti che in Cile sostenne Allende fino al Golpe del 1973. Infine, il termine può rammentare i partitini maoisti dei primi anni Settanta, come Servire il popolo. Una parte, sia pure minima e residuale, di questa lunga tradizione della Terza internazionale è presente in Potere al popolo: penso soprattutto al PCI, che fin dal simbolo ripropone intatta l’icona del Pc italiano storico, togliattiano.

Oggi quasi nessuno ha memoria di questa storia sedimentata, e il termine popolo nel circo mediatico evoca piuttosto il populismo nella sua rozza accezione odierna. Ma con il termine populismo, il discorso dominante tende a rappresentare tutti i nemici dell’ordine neoliberista globalizzato, della libertà cioè concepita come libertà del mercato, la sola che garantirebbe ancora la promessa di benessere e il simulacro dello stato di diritto.

II. La proposta di Potere al popolo ha la sua ragione profonda in un’altra catastrofe, conclamata: quella delle socialdemocrazie che, in ogni dove, tendono a coincidere con l’ordoliberismo, riservando alle proprie radici storiche poco più che un sorrisetto compiaciuto e impotente. Welfare, diritti sociali, beni comuni, per non dire della prospettiva socialista, sono subordinati alle “compatibilità” tecnocratiche e finanziarie delle istituzioni europee: ne è prova il pareggio di bilancio introdotto nella nostra Costituzione nel 2012, che ne ha sfregiato la natura democratica legittimando il sistema dei tagli, in nome dell’ideologia che impone politiche monetarie e divieto per lo Stato di qualsivoglia intervento in deficit spending sull’economia, illegalizzando in sostanza, con voto bipartisan, stato sociale e keynesismo.

E’ sempre più evidente, in tal modo, come i partiti moderati o di centrosinistra europeisti e le destre razziste siano due aspetti di una medesima unità, che si alimenta a spirale e dialetticamente. I soli movimenti politici europei nuovi che hanno qualcosa in comune con la neonata esperienza di Potere al popolo, Podemos e La France insoumise, vengono invece inclusi dal discorso dominante in un medesimo campo populista, con Marine Le Pen.

Leggi tutto “Se soffia il vento. Le ragioni concrete di Potere al popolo”

Intervista a Marco Vezzaro

1991 - Los Angeles, paesaggio urbano (Franco Fontana)

Intanto una domanda generale: in cosa consiste il lavoro di cui ti occupi, è possibile definirlo creativo, credi che sia adeguatamente retribuito?

Noi prendiamo in appalto la gestione dei canali di social marketing di brand di vario tipo, di diversi settori merceologici, ne sviluppiamo una strategia editoriale e produciamo i contenuti che fanno parte di questa strategia, oltre a fare campagne anche più strutturate. Rispetto alla retribuzione mi sembra adeguata, forse un po’ al ribasso rispetto agli altri paesi europei.

Provando a capire cosa sia oggi il lavoro creativo e che idea di mondo ci sia dietro, abbiamo notato una corrispondenza fra questo tipo di impiego e un certo modo di relazionarsi all’interno dell’azienda. Come sono gestiti i rapporti fra datore di lavoro e dipendenti nella tua agenzia? Ti sembrano orientati a una gerarchia verticistica, o tendono ad un’orizzontalità?

 Questo tipo di lavoro creativo, che ha a che fare con la produzione di immagini pubblicitarie –meglio: di contenuti pubblicitari – coinvolge delle competenze che hanno vari livelli di specializzazione: c’è quello basico, quello un po’ più specializzato, quello più competente. Questo va quindi a creare una struttura gerarchizzata, più verticale che orizzontale. Esistono vari livelli di organizzazione di un’agenzia come la nostra, ci sono quelle più orizzontali e quelle più verticali. Io le ho sperimentate entrambe, vedo che funziona di più il verticale, a livello di divisione del lavoro, di divisione delle competenze, e anche per il fatto che sono lavori che vanno gestiti da un team di 2-3 persone al massimo, se si allarga troppo, se troppe persone hanno da dire, non sono ottimizzati tempo e sforzo.

Se mi parli invece di clima lavorativo legato alla gerarchizzazione, direi che non è dipendente dal genere di lavoro, creativo o meno: ci sono posti in cui c’è un clima assolutamente rilassato e disteso, come può essere da noi, però so anche di posti che fanno lo stesso tipo di lavoro, proponendo lo stesso servizio, che invece hanno un’organizzazione e un clima vecchio stile. Penso non dipenda dal tipo di lavoro.

Sembra, ad esempio, che Google – naturalmente è un altro ordine di grandezza, oltre che di lavoro – lasci un 20% del tempo lavorativo libero, dedicato alla discussione, al gioco, al confronto, cose di questo tipo: in questo spazio nascerebbero le idee migliori. Per questo ti chiedevo rispetto all’ambiente di lavoro…

Beh, è vero, è vero che dovrebbero esistere o già esistono momenti di questo tipo. La distrazione è anche un po’ un valore aggiunto, nel senso che vengono fuori delle idee, vengono fuori dei metodi risolutivi – non sempre è così, non è scientifico: più che lasciare tempo per il gioco è lasciare tempo per concentrarsi sulle proprie inclinazioni. Alla fine è quello il tuo valore aggiunto come professionista, se sei in ambito creativo: quello di prenderti un po’ di tempo per guardarti alcune tendenze, per aggiornarti su cose che non sai… Ovviamente se hai le otto ore lavorative tutte impegnate da quello che devi fare non riesci ad andare avanti in questo senso, o comunque non riesci a condividere qualcosa con un tuo collega, con cui magari può nascere qualche idea.

Posso fare una domanda? Invece la retorica c’è? Il tuo capo la usa la retorica dell’orizzontalità, del »siamo tutti allo stesso livello«… Oppure è un capo?

No no, è un capo.

Pensavo che ci puntassero all’orizzontalità, almeno a livello di discorsi…

No, anche perché è una favola che non funziona, sia da un punto di vista di responsabilità oggettive che da un punto di vista di retribuzioni. Creerebbe più malumori sopiti che altro. Nessuno vuole lavorare in un ambiente in cui a qualità differenti si risponda con uguali oneri e uguali onori, non può nascere creatività da un appiattimento generale – nel nome di che cosa poi? A differenza dell’associazionismo, in un’azienda o in un’agenzia ci sono di mezzo ambizioni personali, confronti, sfide. La causa comune è importante, ma solo fino a quando coincide con l’obiettivo personale.

Nessuno si illude che si sia tutti sullo stesso piano. Leggi tutto “Intervista a Marco Vezzaro”

I poeti e la pubblicità. Note su Fortini copywriter per la Olivetti

1947 - Foto Centro Studi Franco Fortini, in "Olivetti: una bella società", U. Allemandi, 2008
1947 – Foto Centro Studi Franco Fortini, in “Olivetti: una bella società”, U. Allemandi, 2008

In questi mesi, la preparazione della nuova uscita della rivista ci sta facendo entrare in contatto con numerosi interlocutori, fra cui Sergio Bologna: la sua riflessione ci ha aiutato a precisare il ragionamento che sta alla base del primo numero. Pubblichiamo di seguito un ricordo che ha voluto spedirci. Le pagine entrano in dialogo con gli articoli di Figure della creatività: da una parte, ne complicano la dimensione storica; dall’altra, ci danno uno spaccato interessante sul rapporto attivo, negli anni Sessanta, fra intellettuali, industria e dimensione politica. Ringraziamo dunque Sergio Bologna, segnalando che il testo è estrapolato da un intervento più esteso tenuto al ciclo di seminari Figure e interpreti del Sessantotto organizzato dalla fondazione Micheletti di Brescia.

Sono stato assunto alla Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti nel gennaio 1964 e ci sono rimasto poco, due anni soltanto. Avevo incontrato Franco Fortini nelle riunioni di redazione dei “Quaderni Rossi” e dei “Quaderni Piacentini”, quando il suo rapporto con l’azienda di Ivrea si era già concluso. Adriano Olivetti era morto nel 1960, la sua eredità stava per essere smantellata ma quattro anni dopo, se c’era un luogo dove la sua memoria era custodita ancora con venerazione, quello era la Direzione Pubblicità e Stampa in via Clerici, a Milano, all’ultimo piano. La dirigeva Riccardo Musatti e per segretaria aveva quella che era stata la segretaria personale di Adriano, una figura leggendaria in azienda, partigiana combattente, un pezzo di donna che m’incuteva soggezione e alla quale non ero proprio simpatico.

Non ho avuto pertanto esperienza diretta del rapporto di Franco con l’Olivetti, tra di noi ne abbiamo parlato pochissimo, perché quando entrai all’Olivetti s’era già consumata la frattura nei “Quaderni Rossi” ed io avevo seguito Mario Tronti e Toni Negri nella preparazione di “Classe Operaia” mentre lui era rimasto legato ai seguaci di Panzieri che avrebbero fatto uscire ancora alcuni numeri di “Quaderni Rossi”. Le nostre occasioni d’incontro erano diminuite, restavano quelle officiate da Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio. Pertanto ne parlo solo per dire qualcosa dell’atmosfera che si respirava in azienda e che anche lui deve aver respirato, per dire com’era organizzato il nostro lavoro, un sistema aziendale nel quale anche lui ha operato, e per cercare di trasmettere le sensazioni e le esperienze di chi si trovava a fare quel mestiere in un ambiente così particolare e così raffinato. Procedo per deduzione, quindi.

La prima cosa che ricordo è il grado di libertà e di autonomia che veniva lasciato al lavoro “creativo”. In tutto il palazzo di via Clerici solo i componenti del nostro ufficio non timbravano il cartellino, Franco perdipiù stabilì dopo un certo tempo un rapporto di consulenza esterna e quindi godette di un’indipendenza ancora maggiore. Ma questo non voleva dire distacco, anzi.

All’Olivetti si era costretti a imparare tanto sul sistema aziendale, l’organizzazione della produzione, i suoi livelli tecnologici, così da capire meglio le caratteristiche del prodotto che l’inventiva del copywriter doveva saper comunicare al mercato. Non bastava prendere atto delle caratteristiche funzionali della macchina, la pubblicità doveva esaltare sia le sue performances che l’estetica del design. Nella gerarchia dei valori creativi il copywriter non era certo al primo posto, prima di lui c’erano l’ingegnere progettista, il designer, il grafico. Il copywriter doveva sentirsi integrato in questo processo, doveva essere consapevole che il suo talento artistico e letterario era subordinato alla sapienza tecnica dell’ingegnere. Doveva sapere di quale catena era un anello. Quindi meglio se fosse un impiegato, un dipendente con orario d’ufficio uguale a quello della segretaria. Come Giovanni Giudici.

Per il mio comportamento indisciplinato (non riuscivo ad arrivare puntuale alle 9) dopo alcuni mesi mi trasferirono in via Baracchini, nel laboratorio di produzione della pubblicità. Era il regno dei grandi grafici, di Giovanni Pintori, di Egidio Bonfante e là aveva la sua stanza Giovanni Giudici. Nell’intervallo di pranzo – durava un’ora e mezza! – scendevo un piano e lo andavo a trovare. Approfittava dell’intervallo per scrivere le sue poesie, me le leggeva, mi chiedeva un parere, si parlava spesso di Franco, oggetto privilegiato della sua amorevole ironia. Si parlava assai poco di lavoro perché il mio mestiere era diverso dal suo e da quello che era stato il mestiere di Fortini. Loro dovevano fare la pubblicità a dei prodotti di ampio mercato, io ero stato catapultato nel settore dell’elettronica, dovevo comunicare le caratteristiche e le performances dei calcolatori Elea 9001, macchine che avevano un mercato limitato, erano installate presso poche grandi aziende. Non dovevo cercare slogan accattivanti, dovevo progettare e scrivere pubblicazioni similtecniche, opuscoli in grado di descrivere i servizi che quelle macchine svolgevano all’interno di un’organizzazione complessa. Erano dei main frame, non erano dei personal computer. Pertanto non mi era richiesto di avere un talento letterario ma semmai una conoscenza dell’organizzazione del lavoro o almeno una capacità di comprensione delle problematiche organizzative e gestionali di una grande impresa.

Imparai moltissimo, visitando le fabbriche di produzione Olivetti e passando settimane intere nelle aziende clienti, tessili o siderurgiche, meccaniche o farmaceutiche. Franco Fortini e Giovanni Giudici invece dovevano inventare i testi da collocare esattamente nello spazio che il formato scelto dal grafico ti lasciava, dovevano trovare il nome alle macchine da scrivere e alle macchine da calcolo, dovevano trovare le parole con cui dare un senso ad uno stand fieristico, dovevano creare un linguaggio che fosse espressione e crittogramma. I poeti abituati ai vincoli della metrica, i poeti epigrammatici, si muovono a loro agio nel mondo della pubblicità. Franco che dell’epigramma era un maestro, doveva eccellere in quel mestiere ma, ripeto, s’era dovuto creare quel background di conoscenza dell’ambiente sociotecnico di fabbrica che la frequentazione dei “Quaderni Rossi”, negli anni dopo la morte di Adriano, gli consentirà di leggere con occhio marxiano, con uno sguardo rovesciato. Si è parlato molto del rapporto tra Olivetti e gli intellettuali, io penso che l’esperienza all’interno dell’organizzazione di una grande industria ha avuto un’importanza decisiva nella sprovincializzazione di una parte della cultura italiana. Se non come poeta, l’esperienza all’Olivetti, proprio per queste sue caratteristiche, a mio avviso per Fortini ha avuto un grande peso nel suo modo di essere un intellettuale, deve avergli dato una carica di modernità che faceva la differenza rispetto a tanti suoi colleghi, Pasolini compreso, rimasto ancora legato all’immagine di un’Italia rurale che s’inurba ma rimane lontana dall’industria.

Nella Germania di Weimar più di uno scrittore si mise al servizio della pubblicità, Frank Wedekind per i dadi e le minestrine Maggi, Bertold Brecht per la fabbrica di automobili Steyr, Erich Kästner per il suo giornale. E tuttavia sin dall’inizio di questo rapporto tra talento letterario e pubblicità ci fu chi lo giudicò un “tradimento”. Un’accusa toccata solo ai copywriter, a nessuno è venuto in mente di rimproverare i grafici. Non so come Fortini giudicasse la sua collaborazione con l’Olivetti, se ne parla così poco vuol dire forse che non ne era tanto orgoglioso? Non saprei rispondere, ricordo solo di essermene andato di mia iniziativa, per non essere al servizio del capitale. Uno stupidotto? Probabile, ma se non lo avessi fatto mi sarei perso il maggio francese e l’autunno caldo.

Sergio Bologna

Su Potere al Popolo. Assemblea di Padova

Venerdì sera (1-12-2017) siamo stati, come redazione e come persone direttamente interessate, alla prima assemblea territoriale del progetto Potere al Popolo per la costruzione di una lista elettorale per le prossime elezioni politiche, organizzato a Padova dallo spazio Catai. Siamo usciti dalla lunga assemblea contenti come si è contenti di qualcosa che si può fare ma che è ancora tutto da costruire: (quindi anche un po’ preoccupati perché adesso bisogna cominciare a farlo). L’assemblea tenutasi venerdì è solo una delle numerosissime assemblee territoriali (oltre quaranta) che in questi giorni sono state organizzate a partire dalla primo ritrovo romano del 18 novembre, lanciato dall’ex-Opg di Napoli al grido di «nessuno ci rappresenta, rappresentiamoci da soli».

La sala in Arcella – quartiere periferico sfruttato nelle sedi elettorali solo per produrre paura e razzismo – era gremita di persone (ne abbiamo contati centocinquanta) di tutte le età; di militanti e di persone semplicemente interessate, provenienti da Padova e da buona parte del Veneto. Nell’aria e nei discorsi a margine si respirava interesse ed entusiasmo, il senso di un bisogno profondo di ciò che in quella sede si stava costruendo per opporsi allo spostamento a destra della politica istituzionale.

Il progetto proposto è semplice: costruire una lista elettorale che riesca a tenere assieme persone, lotte, collettivi che a sinistra (quella vera) non hanno nessuno a cui guardare per le prossime elezioni; costruire questa lista elettorale proprio a partire dalle esigenze e dai problemi conosciuti da tutti quelli che vivono e agiscono sui territori, sui luoghi di lavoro, una particolare condizione dell’esistente.  È tutto semplice, ma per dirla con Brecht, di quella semplicità difficile a farsi.

In questi giorni sta girando in rete un’immagine molto loquace: è una cartina dell’Italia punteggiata da tante stelline rosse ognuna delle quali rappresenta una delle assemblee territoriali organizzate. Le stelline sono davvero tante, diffuse quasi in ogni zona della penisola e costruiscono l’impalcatura di un soggetto nazionale del quale in molti, dentro e fuori il movimento, sentivano la necessità.

Assemblee Potere al popolo

Seguiamo con interesse Potere al Popolo da un po’ di tempo; a settembre alcuni di noi sono stati a Napoli al festival dell’ex-Opg dove la rete ha preso forma; nei mesi successivi abbiamo tentato di capire – fra dubbi e entusiasmi – cosa veramente fosse questo azzardo elettorale, se poteva funzionare o se era il delirio di un gruppo di pazzi.

La prima cosa che emerge dall’assemblea padovana è la coscienza che le elezioni non sono un fine. Nessuno, realisticamente, pensa di vincere o di potervi partecipare alla pari con i partiti istituzionali. Nessuno parla di voti, di rappresentanze, di slogan e promesse. La campagna elettorale è un mezzo per portare discorsi di sinistra nel dibattito pubblico, accendere interesse nelle persone disilluse verso la politica e far scattare un meccanismo di partecipazione, tessere relazioni su scala nazionale. Il percorso partito da Roma un paio di settimane fa (ma che in realtà covava almeno da due anni in incognito) è un percorso lungo e articolato, che si snoda ben al di là della semplice scadenza elettorale. Si prospettano anni di lavoro per riuscire a riedificare un soggetto politico che possa essere capace di interpretare i bisogni e i problemi reali, e che sia in grado di portare nel dibattito pubblico discorsi radicali. Siamo all’anno zero, tutto è da costruire.

Le elezioni e la lista elettorale vogliono inoltre essere un megafono per tutto quello che nel nostro paese si fa, ma che non trova modo di esprimersi ad un livello più alto; per le lotte vinte (che a ben vedere non sono così poche) e per tutte le vertenze e i problemi che l’opinione pubblica non conosce, assordata dalle ennesime manovre di coalizione a sinistra (vedi alla voce “Brancaccio”) e dal chiassoso teatrino dei media.  La territorialità si pone come il centro dell’organizzazione. La rete è costruita a partire dai suoi nodi; il suo programma e la sua identità, dovrebbero nascere dalle assemblee territoriali perché solo chi lavora sul territorio ne conosce veramente esigenze e problemi. È stato reso pubblico l’abbozzo di un programma (http://jesopazzo.org/index.php/blog/553-potere-al-popolo-proposta-programma) che nella sua semplicità mostra la natura in fieri dell’intero progetto: pochi punti fondamentali (diritto del lavoro, diritto all’abitare, tutela dell’ambiente, immigrazione…) ad aprire spazi di discussione diversi da quelli occupati dalla politica istituzionale. Non una verità, non una proposta da accettare o rifiutare, ma qualcosa da costruire. È stata più volte ribadita la necessità di un piano nazionale entro cui organizzare le lotte che riesca però contemporaneamente a tutelare le differenze dei territori. Il progetto napoletano – dicono i militanti dell’Opg presenti all’assemblea – non può essere esportato, per come è stato pensato per Napoli, a Padova e nel Veneto. La posta della scommessa è chiara: strutturare delle risposte all’altezza del tempo in cui viviamo, a partire dalle domande particolari che emergono dai singoli territori; tutelare i nodi della rete senza distruggere la rete stessa; costruire il progetto nazionale a partire dalle somiglianze e dalle differenze che le varie realtà sollevano.

Le problematicità e le contraddizioni insite in questo progetto sono tante, accompagnate però dalla coscienza della loro inevitabilità, nelle condizioni presenti; le critiche già fatte, e quelle che arriveranno nei prossimi mesi, dicono sicuramente qualcosa di vero e del quale bisogna tenere di conto, ma quello che passa e vuole passare è una volontà sincera di agire e di sporcarsi le mani, di parlare in quelle zone e a quelle persone alle quali da anni la sinistra (sia di movimento che istituzionale) non rivolge più la parola; non preoccupati, per ora, di mantenere purezza ed estrema coerenza ideologica. Tanto è il bisogno di agire che addirittura le elezioni diventano uno strumento politico fondamentale.

L’assemblea padovana ha voluto proporre tutto questo alla sua platea, rilanciando a giovedì 7 dicembre un ritrovo operativo (in sede ancora da decidere) per l’inizio dei lavori.

(anche se a noi la parola popolo non piace tantissimo) Potere al popolo!

L’occhio dell’alieno

Presentiamo un reportage letterario e fotografico del Vega. Il Vega è un immenso complesso di ferro e vetro costruito in mezzo al porto di Marghera, pensato come laboratorio di innovazione e luogo ottimale per il lavoro della classe creativa La scorsa primavera un paio di persone dalla redazione di Figure l’hanno visitato. Qui di seguito fotografie e impressioni.

 

I.

 

 Il VEGA (VEnice GAteway for Science and Technology) è un sito composto da quattro distretti che si espandono fino a occupare un’area di ventisei ettari. È uno dei più importanti parchi scientifico-tecnologici d’Italia. Svolge una funzione di networking, offrendo opportunità di collaborazione tra l’Università, il mondo dell’impresa e svariati centri di ricerca. I settori di cui viene privilegiato lo sviluppo all’interno della struttura puntano prevalentemente sull’innovazione tecnologica: nanotecnologie, Information Communication Technology e Green Economy.

Il VEGA occupa la medesima area in cui negli anni Venti del secolo scorso le prime imprese cominciarono a insediarsi a Porto Marghera. Qui i primi stabilimenti vennero edificati e messi in attività grazie agli investimenti di grandi gruppi imprenditoriali e finanziari, primo tra tutti quello di Giuseppe Volpi, Conte di Misurata, futuro Ministro delle Finanze e presidente di Confindustria dal 1934 al 1943. Senza le agevolazioni fiscali garantite dal governo del tempo qui non sarebbe stata possibile la costruzione di alcunché.

Gli edifici che oggi compongono il parco del VEGA sorsero negli anni Novanta del Novecento. Andarono a sostituire gli stabilimenti precedentemente attivi nell’area, che appartenevano perlopiù ad aziende produttrici di fertilizzanti chimici per l’agricoltura. La loro costruzione rientra all’interno di un programma di riqualificazione ambientale, gestito da una società consortile a responsabilità limitata e senza fini di lucro, al cui interno figurano il Comune di Venezia, Veneto Innovation, la Provincia di Venezia, l’Università Ca’ Foscari e IUAV. Senza i fondi strutturali garantiti dall’Unione Europea nessun progetto di conversione di Porto Marghera in un distretto del terziario avanzato avrebbe mai potuto essere attuato.

 

 

 

 

Cammino lungo Via delle Industrie in direzione di Fincantieri. È una serena mattina di primavera. Se non fosse per la consapevolezza di trovarmi a Porto Marghera, avrei l’impressione di respirare un’aria salubre, forse addirittura fortificante. Alla mia sinistra si ergono i resti di qualche stabilimento. Hanno una facciata dalla conformazione convessa e si espandono oblunghi in profondità. Questo li rende simili ad hangar, ma a vederli per come si presentano oggi ricordano piuttosto lo scheletro cavernoso del ventre di un cetaceo, o magari piuttosto di un qualche pachidermico animale primitivo, dinosauri o qualcosa di simile. Non si può entrare nell’area in cui i mostri del passato dormono il loro sonno eterno. Li si guarda solo da distante questi colossi ossei. L’arco in cemento armato da cui i lavoratori entravano per poi immergersi nelle pance di queste mastodontiche balene si staglia imponente in tutta la sua severità. Sembra la Porta del Tempo, una soglia che, come i cancelli d’ingresso ai cimiteri, se ne sta lì alludendo a qualcosa di intimo, che tuttavia ciascuno dimentica mentre è in vita.

 

 

 

 

 

 

 

II.

 

Sulla causa dell’estinzione dei dinosauri nella scienza permangono a tutt’oggi veli di mistero. Gli studiosi non sono in grado di offrire a riguardo una teoria coerente ed esaustiva. Alcuni sostengono che la loro scomparsa sia avvenuta a causa di un meteorite precipitato sulla Terra, il cui impatto avrebbe generato nell’atmosfera un calore tale da sconvolgere completamente le condizioni climatiche che garantivano ai pachidermi la conservazione della vita. Altri invece – più temerari, forse; sicuramente meno rigorosi – si spingono a dire che la ragione della loro fine sia da attribuire a un contatto avvenuto con popolazioni extra-terrestri. La responsabilità dell’estinzione della specie sarebbe da ricondurre dunque a quando sulla Terra – per la prima volta – arrivarono gli alieni.

 

 

 

 

 

 

L’occhio dell’alieno è una perla d’inchiostro; sembra una goccia caduta da una perdita proveniente dal toner di una stampante a sintetizzazione laser. Ciò che l’alieno guarda si imprime sulla retina dell’occhio. Il mondo, nell’occhio dell’alieno, diventa un riflesso. Le cose che c’erano prima non ci sono più. Perdono di consistenza. In compenso ciò che ne rimane viene sostituito dall’occhio stesso dell’alieno. Diviene in esso un’immagine potenziata da effetti di realtà aumentata. Nella pupilla dell’alieno vivono fantasmi lucidi. Sono trasfigurazioni di passato lanciate verso contorsioni temporali che protendono al domani. Ciò che esiste ora e ciò che è esistito acquistano nell’occhio dell’alieno l’aura del divenire. Lì ciò che rimane del tempo trascorso e il parziale dell’ora vengono integrati nell’avvenire, vanno verso il compiuto; e questo processo ha per nome progresso. L’alieno è venuto dal futuro affinché si possa essere fin da oggi ciò che si sarà domani. Passato e presente si depositano sulla superficie dell’occhio dell’alieno, vi si addentrano e ne percorrono le terminazioni nervose, giungono al centro delle sintesi neuronali, ritornano sotto forma di riflesso sulla patina lucida della pupilla, sembrano immagini che occupano uno schermo, ribaltano nel rimando speculare la prevedibilità dell’asse del tempo, divengono la trasposizione iconica di un’idea passata che ritorna dal futuro.

 

 

 

 

Da una parte c’è lo sguardo dell’alieno. Dall’altra ciò che lo sguardo dell’alieno osserva.

Lo sguardo dell’alieno è un raggio potente e pericoloso.

L’alieno cattura sulla superficie del proprio occhio ciò che il raggio colpisce.

Il raggio polverizza ciò che colpisce.

Sotto lo sguardo dell’alieno la materia evapora.

 

 

 

 

 

 

Quando arrivarono gli alieni i dinosauri se ne andarono.

La Terra cambiò volto.

Alcuni ancora faticano a riconoscerla.

 

 

 

 

Da fuori il campo-base della stazione aliena appare come un insieme ben strutturato di costruzioni sobrie e lineari. Il loro andamento formale segue le direttrici geometriche del parallelepipedo o della piramide. Hanno dimensioni imponenti e maestose, eppure non suscitano alla vista il senso d’autorità e pesantezza che ci si aspetterebbe da edifici di tal fatta. Sono enormi, ma non dominano il paesaggio: piuttosto lo assorbono. Queste costruzioni hanno introiettato nel proprio lessico formale il campo semantico irradiato dal termine integrazione. Estremamente diverse dallo spazio intorno e perfettamente a proprio agio nella differenza, liquidano l’alterità che esse stesse rappresentano in una sapiente maestria di riflessi. Le costruzioni degli alieni appaiono leggere. Armonizzano nel vetro rifrangente la spigolosità arcigna degli insediamenti autoctoni. Catturano e convertono ciò che è pesante nell’innocenza della superfice.

Non vogliono conflitto. Gli alieni vengono in pace.

 

 

 

 

 

 

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L’eterna cronaca. Realtà e apparenza in 2666 di Roberto Bolaño

Tel est du globe entier l’éternel bulletin
BAUDELAIRE

A.

    Si racconta che nel marzo del 1838, Henri Beyle lasciò Parigi per mettersi in viaggio verso Narbona, Montpellier, Cannes e Marsiglia; risalendo fino in Svizzera, attraversò la Germania per raggiungere i Paesi Bassi, facendo ritorno da quei luoghi nell’ottobre dello stesso anno. Il 4 novembre, finalmente a Parigi, racconta ai conoscenti di essere partito per una battuta di caccia, si richiude alle spalle la porta della casa di rue Caumartin, e inizia a dettare a un copista il romanzo che lo avrebbe impegnato per un numero di giorni – cinquantadue – pari a quelli che impiegherà per correggerne le bozze; una cifra ridicola se paragonata alla piacevole velocità di lettura delle oltre 500 pagine in cui, con rapidità quasi cronachistica, si alternano le battaglie, gli amori, le storie degli inquieti protagonisti della Certosa di Parma. Avvolti da un manto di intrighi politici e passioni sentimentali, la vita dei personaggi stendhaliani si gioca nel costante tentativo di soddisfare un ideale assoluto di felicità, che né Fabrizio né Clelia raggiungono mai, e che pure è profondamente radicato nell’esteriorità, nella possibilità di agire il mondo e trasformarlo, e di mutare la Storia nella dimensione – a un tempo retorica e politica – dell’actio. L’azione – La Chartreuse è soprattutto un romanzo d’azione, in cui l’eroe parla poco e pensa ancora meno – si alimenta della discontinuità dell’imprevisto, in un continuo mutamento di immagini e scene che moltiplicano l’intreccio, complicando le vite dei personaggi: figure di un mondo che appare dominato dal caso.

  Tra i non pochi scrittori che nel nostro tempo hanno subito il fascino dell’antica divinità, Roberto Bolaño merita un posto privilegiato. 2666 è la storia di un inseguimento: quattro critici letterari si lanciano alla ricerca di uno scrittore scomparso, che inseguono per tutta Europa e che li conduce fino a Santa Teresa (Messico), dove – piuttosto che trovare il loro idolo – scoprono casualmente i terribili femminicidi che avvengono nella città; Lola, la moglie del professore cileno Oscar Amalfitano, abbandona Barcellona per inseguire un poeta spagnolo internato in un manicomio, un uomo solitario e folle come il marito, che si trasferisce – insieme alla figlia Rosa – in Messico: il luogo in cui tutte le storie sembrano intrecciarsi e fermarsi di fronte all’orrore; in fuga verso la frontiera statunitense, Oscar Fate e Rosa Amalfitano abbandonano Santa Teresa, nella notte sudamericana in cui finisce il pellegrinaggio letterario di Benno von Arcimboldi, e inizia la diaspora di Roberto Bolaño, che lasciò Città del Messico nel 1973 per tornare nel Cile di Salvador Allende, un istante prima – così ho sentito dire dall’autore, in una lunga intervista trasmessa dalla televisione cilena –  del golpe del generale Pinochet. 

 

 

   Se è vero che molti degli incontri del romanzo stendhaliano avvengono casualmente, è altrettanto vero che questi momenti sono carichi di significato: un telos orienta la Storia, e in ogni istante si addensa una possibilità che muta il corso dei destini individuali, e li connette tra loro. Si ricordano pochi finali inconcludenti come quello della Chartreuse, e l’ironica dedica To the happy few («ai pochi felici») tradisce tutto lo scetticismo illuminista dell’autore. Eppure, potremmo chiederci se uno scrittore della generazione di Stendhal avrebbe fatto dire a uno dei suoi personaggi: «La storia è una puttana molto semplice, che non ha momenti cruciali ma è una proliferazione di istanti, di attimi fugaci che competono fra loro in mostruosità». Separati dai secoli, Beyle e Bolaño sono intimamente legati da una profonda ricerca di sincerità, di una verità storica che passa attraverso la rapidità dello stile, in un esibito rifiuto del tono alto e sublime, di rigetto della serietà accordata alla rappresentazione dell’interiorità: autentico feticcio della generazione letteraria che precede Stendhal, e – per continuità – dei padri modernisti di Bolaño. «Mentre scrivevo la Certosa – annota Beyle nella minuta di una lettera indirizzata a Honoré de Balzac – per prendere il tono, leggevo ogni mattina due o tre pagine del codice civile, allo scopo di essere naturale».

 1. Stile

  Lo stile ipotattico rispecchia un’articolazione razionale del pensiero, una ragione che domina i suoi oggetti precisandone le relazioni – come a cercarne l’essenza comune –, quasi che il mondo fosse visto e ordinato dall’alto. Al contrario, Roberto Bolaño adotta uno sguardo rasoterra: il procedere ellittico del discorso e l’accostamento paratattico degli elementi della frase conferiscono alla prosa di 2666 un’impressione generale di velocità. Spesso domina la forma dell’elenco, esasperata da uno stile che, proprio per la sua logica matematizzante e ossessiva, produce un effetto umoristico, rivelando la profonda insensatezza dei linguaggi che il senso comune considera razionali e rigorosi:

Quando tornò nella sua stanzetta trovò il foglio di carta e prima di gettarlo nel cestino lo esaminò per qualche minuto. Il disegno n. 1 non aveva altre spiegazioni che la sua noia. Il disegno n. 2 sembrava un seguito del disegno n. 1, ma i nomi aggiunti gli parvero demenziali. Senocrate poteva starci, non era privo di una sua folle logica, e anche Protagora, ma cosa c’entravano Tommaso Moro e Saint-Simon? Cosa c’entravano, che senso avevano Diderot e, santo Dio, il gesuita portoghese Pedro da Fonseca, che era semplicemente uno delle tante migliaia di commentatori di Aristotele e neppure col forcipe smetteva di essere un pensatore molto marginale? Il disegno n. 3, al contrario, aveva una certa logica, una logica da adolescente tarato, da adolescente vagabondo nel deserto, con i vestiti stracciati, ma pur sempre con i vestiti. Tutti i nomi, si poteva dire, appartenevano a filosofi assillati dal tema ontologico. La B che compariva al vertice superiore del triangolo sovrapposto al rettangolo poteva essere Dio o l’esistenza di Dio che sorge dalla sua essenza. Solo allora Amalfitano notò che anche il disegno n. 2 esibiva una A e una B e non ebbe più alcun dubbio che durante le lezioni il caldo, a cui non era abituato, lo faceva vaneggiare

  In generale, il romanzo è costruito su procedimenti enumerativi, che riproducono in modo caotico il rumore del mondo, accumulando azioni e fatti che qualche volta – e spesso all’interno di uno stesso frammento – sono retti da nessi temporali e congiunzioni iterate. Una forma di sintassi lunga in cui lo scioglimento del senso è costantemente rinviato, rivelandosi solo alla fine del frammento:

Ma Pelletier fu più veloce. Tre giorni dopo l’incontro con l’editrice di Arcimboldi, comparve a Londra senza preavviso e dopo aver raccontato a Liz Norton le ultime novità la invitò a cena in un ristorante di Hammersmith che gli aveva raccomandato un collega del dipartimento di russo, e mangiarono gulasch e purè di ceci con barbabietole e pesce macerato in limone e yogurt, una cena con candele e violini, e russi autentici e irlandesi mascherati da russi, esagerata da ogni punto di vista e dal punto di vista gastronomico piuttosto misera e discutibile, che accompagnarono con bicchierini di vodka e una bottiglia di bordeaux, e che a Pelletier costò un occhio della testa, anche se ne valse la pena perché poi la Norton lo invitò a casa sua, formalmente per parlare di Arcimboldi e delle poche cose che aveva rivelato su di lui la signora Bubis, senza dimenticare le sprezzanti parole che aveva scritto sul suo primo libro il critico Schleiermacher, e poi entrambi si misero a ridere e Pelletier la baciò sulle labbra, con grande tatto, e l’inglese ricambiò il suo bacio con un altro molto più ardente, forse per effetto della cena e della vodka e del bordeaux, ma che a Pelletier parve incoraggiante, e poi andarono a letto e scoparono per un’ora finché l’inglese non si addormentò

   Questa fine provvisoria non produce nessuna autocomprensione da parte dei personaggi, che non sembrano – puri vettori in un campo di forze che non controllano – capire il senso delle proprie azioni.  Gli eroi di Bolaño non si interrogano troppo sul significato di ciò che accade, e se lo fanno non comprendono. Gli incontri e le relazioni che potrebbero avere uno sviluppo descrittivo o saggistico o introspettivo sembrano risolversi in eventi futili e banali, enumerazione di fatti privi di senso.

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Intervista a Claudia Rualta

Per iniziare, ti chiedo in che cosa consiste il lavoro di cui ti occupi adesso, e di cui ti sei occupata in passato.

Io sono un copywriter, ma non solo. Soprattutto lavorando in azienda mi sono occupata della produzione di contenuti pubblicitari. Contenuti pubblicitari e definizione dei canali: un lavoro di marketing, insomma. Da quando lavoro in proprio invece, cerco – per quanto mi è possibile, perché comunque bisogna campare – di prediligere lavori in cui, oltre a questo, entra in gioco anche un altro tipo di concetto: non fare pubblicità e basta, ma di cercare di dare una voce a chiunque voglia tentare di raccontarsi, e non ci riesce. In questo, forse, rientra più il concetto di creatività, o anche semplicemente di lavoro che a me piace fare.

C’è il marketing di base, e poi c’è l’idea dello storytelling. Questo, in particolare, deve necessariamente avere a che fare con i social, con cui io lavoro molto…  Dico sempre, quando un’azienda mi chiede come si deve fare, che la strada è quella di raccontare delle storie: ormai siamo eccessivamente sollecitati dai prodotti e dalle cose, che sono ovunque. L’unico modo che c’è per lasciare una traccia è quello di raccontare una storia…

Su questo torneremo… Credi che il tuo lavoro sia adeguatamente retribuito?

Prima assolutamente no: quando lavoravo in azienda prendevo 1000 euro al mese; è un tipo di lavoro che non puoi sbrigare solamente nell’orario d’ufficio, quando devi creare un oggetto creativo, o una campagna pubblicitaria… Quando ho scritto un documentario sulla grande guerra, spesso mi arrangiavo fuori dalle ore di lavoro, spesso e volentieri; o quando devi gestire i social, devi prendere il tuo tempo la sera. Sembra stupido detto così, ma è un tipo di lavoro per il quale è costantemente richiesta la reperibilità. Se lo fai fatto bene, ovviamente. Quindi, la retribuzione era scarsissima. Io ero inquadrata come apprendista, ma facevo molto più di questo; secondo me è un po’ il problema delle grandi aziende. Leggi tutto “Intervista a Claudia Rualta”