Le vite potenziali

di Francesco Targhetta

Dopo la tornata elettorale, continuiamo la pubblicazione degli ultimi contribuiti presenti nel nostro primo numero, Figure della creatività. Aspettando il prossimo, vi presentiamo un estratto dell’ultimo romanzo di Francesco Targhetta, Le vite potenziali, uscito pochi giorni fa per Mondadori. A intrecciarsi sono le storie di tre consulenti informatici, figure emblematiche della creative class, continuamente oscillanti tra un vitalismo ecumenico – «rendere il mondo un posto migliore» attraverso l’invenzione di nuove apps – e la paura che dietro ad anglismi, acronimi e tecnicismi del mestiere si nascondano soltanto l’aziendalismo più ottuso e un narcisismo fine a se stesso. Protagonista di questo estratto è Alberto, titolare di un’azienda specializzata in «erogazione del servizio e vendita di licenze SAP» (uno dei principali software gestionali impiegati oggi). Ringraziamo l’autore e l’editore per il consenso alla pubblicazione.


    Nell’aereo per Helsinki Alberto tenne acceso l’airplane mode, perché avrebbe dovuto sistemare mille cose, ma cadde quasi subito in un sonno greve e superiore ai sensi di colpa. Arrivò all’Holiday Inn accanto alla stazione dei treni ancora più stanco, privo di qualsiasi desiderio di partecipare all’ennesimo meeting SAP. Mentre si faceva una doccia provava a non pensare alle scene che si stava apprestando a vedere: l’ennesimo concerto di un artista mediocre ormai defunto a livello commerciale e costretto a racimolare qualche soldo cantando di fronte a una platea di geek che al college o alle superiori avrebbe associato mentalmente alla scabbia o all’invasione delle locuste; dall’altra parte della sala una pista per macchinine Polistil attorno alla quale partner SAP e project manager in camicia bianca si sarebbero accalcati per sfide all’ultima curva; sessioni interminabili di Demo Jam dove uomini dell’information technology delle società più improbabili d’Europa si sarebbero messi alla prova presentando progetti inutili sviluppati su base SAP, ad esempio lavoratori della Mentadent Italia che avrebbero esposto ai colleghi in platea la demo di un sistema operativo comandato dai joypad della wii, e nemmeno il barlume di un’idea per rendere il mondo un posto migliore. Uscito dalla doccia e indossato il consueto abito in fotocopia, espettorò l’irritazione ruttando una bestemmia allo specchio. Lasciò l’albergo solo leggermente stupito dalla propria brutalità.
I finlandesi fuori dai bar in Pohjoisesplanadi sedevano tutti guardando la strada, in modo da prendere in faccia quel sole fresco e potente che ad Alberto non stava facendo nessuno degli effetti tipici dei soli del nord. Mentre camminava e li guardava, aveva l’impressione che si fissassero a vicenda come un visitatore allo zoo e il gorilla in gabbia. Alberto suppose che i finlandesi si sedessero così, sullo stesso lato dei tavolini, soltanto per poter guardare le medesime cose e commentarle assieme, non avendo, per il resto, nulla da dirsi.
Non appena sulla destra comparve il mare, si ritrovò sferzato da un forte vento cui preferì sfuggire, rientrando nel cuore della città; fu così che, arrivando nella piazza del duomo, rimase abbacinato, più ancora che dal biancore delle colonne e dei palazzi, dalla continuità tra il verde acquoso delle cupole e la spianata traslucida del cielo. Probabilmente l’avrebbe vinto Albecom, il premio Spirit of excellence per il partner migliore nell’erogazione del servizio e vendita di licenze SAP in ambito e-commerce nella zona EMEA; ma cosa se ne sarebbe fatto?
Alla keynote session, nonostante l’affollamento, Alberto adocchiò Beatrice. Era molto carina: non l’aveva mai notato. Decise, comunque, che non le avrebbe rivolto la parola. Il vicino di poltrona gli rivelò che durante la festa, la sera successiva, si sarebbe esibita Anastacia. Alberto pensò che sarebbe stata l’occasione ideale per poter svicolare e farsi un giro a Suomenlinna per godersi il crepuscolo tardivo ed estenuante del giugno finnico: a che ora sarebbe tramontato il sole? Alle dieci e mezza? Alle undici? Se solo Paola fosse stata con lui: la condivisione dei tramonti è uno dei puntelli che tengono in piedi l’umanità. Non bisognerebbe farci una App? Se lo annotò.
Tutti i dettagli sul meeting SAP che si era immaginato in doccia furono confermati dalla realtà; oltre al torneo di formula uno Polistil, si svolse anche una sfida tra macchine radiocomandate e una gara tra droni. Vinsero sempre gli ungheresi, come a Giochi senza frontiere: avrebbe dovuto assumerne qualcuno. Guardandoli giocare, ricordò quando la trasmissione era arrivata a Treviso, sul prato della Fiera: Alberto si era limitato a osservare le strutture gigantesche dall’esterno, appoggiato a una transenna: gli scivoli immensi, le vasche d’acqua, i pilastri colorati, le reti in canapa, i misirizzi monumentali, le pareti su cui arrampicarsi lanciando oggetti a forma di pagnotta dentro l’anello di un forno mastodontico. Ad Alberto era venuto il desiderio di fare quello, da grande: l’inventore di giochi, il creatore di svaghi, l’uomo dei passatempi. E invece da quel margine variopinto della vita, pieno di promesse fatate, era sdrucciolato, proprio come i peggiori concorrenti maltesi, al nucleo traditore: essere al centro di qualsiasi cosa implica che la si corromperà.
La seconda sera, dopo aver intrattenuto le relazioni sociali d’obbligo e aver cercato invano di ricevere qualche anticipazione sull’esito degli awards, decise di disertare l’evento. Si fece una passeggiata per la Helsinki abbietta della sera, pronta a trasformarsi in una successione di locali squallidi e capannelli di russi ubriachi, finché scelse di allontanarsi dalla fiera in modo definitivo, prendendo un traghetto per l’isola fortezza di Suomenlinna. Sulle colline erano sparsi antichi edifici dall’aspetto vittoriano, locande in legno, musei e austere case di pescatori, mentre crocchi di ragazzi si sparpagliavano a bere e fumare tra i meandri erbosi, le grotte, le torri e gli avvallamenti. Non sentiva niente, Alberto: era in preda a una specie di nevrosi esplorativa. Raggiunto un bastione a picco sull’acqua, osservò il mare dalla feritoia, ma vide il blu scuro delle onde improvvisamente adombrato da una massa bianca e indistinta. Allora smise di guardare, indietreggiò e poi salì sopra il baluardo: stava passando sotto la luna un’immensa nave da crociera. Il sole, come un’arancia poggiata su un tavolo, schiariva ancora le basse scogliere. Il vento quasi cessò, per un silenzio che era immacolato, provocandogli un fremito tale da scuotergli le spalle, come una febbre.
Due minuti dopo, mentre andava verso il bar sul molo che guardava Helsinki e il sole calante, gli arrivò un messaggio di un partner Osram con cui aveva pranzato: era la foto del megaschermo della sala congressi. Spirit of excellence award – Albecom / Italy. Avevano probabilmente fatto il suo nome e nessuno dalla platea si era alzato. Il premio era rimasto lì, incustodito. Il suo posto al mondo, di fronte a lui, vacante.

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