Se soffia il vento. Le ragioni concrete di Potere al popolo

di Emanuele Zinato

[Nelle prossime settimane verranno pubblicati una serie di interventi riguardanti Potere al Popolo.

All’interno della redazione è in atto un dibattito intenso sul nuovo soggetto politico nato a novembre dalla proposta dell’ex-Opg di Napoli. Fra noi alcuni ci stanno lavorando attivamente, altri no; in ogni caso il dibattito ha prodotto una serie di domande, problemi, criticità rispetto a un progetto difficile da comprendere nella sua complessità, in particolare in rapporto al momento storico – il presente – nel quale tutto ciò sta accadendo. A partire dall’impegno dei singoli e dai dubbi di tutti, abbiamo chiesto un contributo ad alcune figure del panorama culturale italiano, accademici e non accademici, scienziati e umanisti, scrittori, sociologi, giornalisti, giuristi… figure attive politicamente o meno; entusiasti o critici nei confronti di Potere a Popolo; con i quali, in ogni caso, pensiamo di condividere una serie di valori che banalmente possiamo chiamare di sinistra.

(Molti non ci hanno risposto).

Abbiamo chiesto un intervento che argomentasse entusiasmi, dubbi, problematicità e nodi fondamentali, e – favorevole o contrario al progetto – riuscisse a produrre un discorso critico, in un momento come la campagna elettorale ostile ad accogliere le contraddizioni.]


 

I. La comparsa di Potere al popolo solleva questioni cruciali e concetti-chiave in cui il vecchio e il nuovo si intrecciano e in cui il seme del nuovo stenta ancora a germogliare. Eppure, da trent’anni in qua, è la sola proposta politica italiana su cui val la pena di sperare e di riflettere. Anzitutto il nome: contiene un termine che può suonare imbarazzante e che, a chi conosca il Novecento, può evocare una tradizione politica tragica o fallimentare. A esempio, quella dei Fronti popolari legati allo stalinismo, dalla Guerra di Spagna alle elezioni italiane del 1948 in cui socialisti e comunisti si presentarono uniti con un simbolo con il volto di Garibaldi incastonato in una stella verde. Unità popolare è anche il nome dell’alleanza fra socialisti democratici e comunisti che in Cile sostenne Allende fino al Golpe del 1973. Infine, il termine può rammentare i partitini maoisti dei primi anni Settanta, come Servire il popolo. Una parte, sia pure minima e residuale, di questa lunga tradizione della Terza internazionale è presente in Potere al popolo: penso soprattutto al PCI, che fin dal simbolo ripropone intatta l’icona del Pc italiano storico, togliattiano.

Oggi quasi nessuno ha memoria di questa storia sedimentata, e il termine popolo nel circo mediatico evoca piuttosto il populismo nella sua rozza accezione odierna. Ma con il termine populismo, il discorso dominante tende a rappresentare tutti i nemici dell’ordine neoliberista globalizzato, della libertà cioè concepita come libertà del mercato, la sola che garantirebbe ancora la promessa di benessere e il simulacro dello stato di diritto.

II. La proposta di Potere al popolo ha la sua ragione profonda in un’altra catastrofe, conclamata: quella delle socialdemocrazie che, in ogni dove, tendono a coincidere con l’ordoliberismo, riservando alle proprie radici storiche poco più che un sorrisetto compiaciuto e impotente. Welfare, diritti sociali, beni comuni, per non dire della prospettiva socialista, sono subordinati alle “compatibilità” tecnocratiche e finanziarie delle istituzioni europee: ne è prova il pareggio di bilancio introdotto nella nostra Costituzione nel 2012, che ne ha sfregiato la natura democratica legittimando il sistema dei tagli, in nome dell’ideologia che impone politiche monetarie e divieto per lo Stato di qualsivoglia intervento in deficit spending sull’economia, illegalizzando in sostanza, con voto bipartisan, stato sociale e keynesismo.

E’ sempre più evidente, in tal modo, come i partiti moderati o di centrosinistra europeisti e le destre razziste siano due aspetti di una medesima unità, che si alimenta a spirale e dialetticamente. I soli movimenti politici europei nuovi che hanno qualcosa in comune con la neonata esperienza di Potere al popolo, Podemos e La France insoumise, vengono invece inclusi dal discorso dominante in un medesimo campo populista, con Marine Le Pen.

III. La parola popolo nel nome di un partito in potenza rivoluzionario, apre il problema dell’esistenza o meno di un soggetto politico di cambiamento e di come denominarlo. Per molti, specie per le generazioni tra i quaranta e i cinquant’anni (educate dalle neotelevisioni), che hanno interpretato la storia sociale degli ultimi trent’anni come una totale mutazione “immateriale” e postmoderna, sono evaporati i concetti di destra e di sinistra e divenute liquide le identità forti della modernità (nazioni, popoli, classi). Per questa visione del mondo, egemone, ci sono solo individui: monadi fluttuanti nello spazio globale, mosse dai desideri e disciplinate dalla cultura dei consumi; non è dunque più pronunciabile né il termine classe né il lemma popolo. E’ invece condiviso con euforia il concetto di popular culture, per indicare come soggetto collettivo le platee sociali che si nutrono degli spettacoli di massa.

Il termine popolare, unitamente a nazionale, compare tuttavia nel luogo forse più alto nella storia del pensiero politico novecentesco italiano: nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci. Per Gramsci, uno dei temi cruciali della questione ideologica del nostro Paese, fin dall’unità nazionale, sta nella distanza tra i ceti intellettuali e il popolo. Su questo ragionamento si basa la connessa nozione di egemonia, che in tempi recenti ha conosciuto un’importanza internazionale negli Studi culturali, specie in America latina.

IV. Alzando gli occhi dal nostro orticello contemporaneo, putrido e provinciale, si scopre dunque come il termine popolo nella denominazione del nuovo partito sia meno “imbarazzante” di quanto gli osservatori liberal nostrani, sempre un po’ cinici e “apoti” per vocazione, siano disposti ad ammettere.

L’argentino Ernesto Laclau in Egemonia e strategia socialista (1985) scritto con Chantal Mouffe, ha a esempio tentato di attualizzare Gramsci e di dare una risposta al thatcherismo e al motto «la società non esiste». L’approccio di Laclau è maturato sul campo in Argentina, culla del populismo contemporaneo di Peron studiato ne La ragione populista. Il populismo è una «logica sociale» ed è il modo con il quale si è costruito il «politico» durante la modernità. Il gruppo sociale che s’impossessa del «popolo», inteso da Laclau come significante, riesce a tradurre la propria egemonia nella società. Esiste per il neogramsciano Laclau, insomma, un populismo di «destra» che esprime posizioni corporative o nazionalistiche, e un populismo di «sinistra» fondato su un’immagine capace di unificare le esperienze di sfruttamento con lo scopo di rovesciare i rapporti di forza esistenti.

Il «popolo» resta così per Laclau un «universale vuoto» che viene occupato e risignificato nella lotta per l’egemonia tra i diversi «populismi»: questa lettura politica ha conosciuto in Europa ricadute concrete sorprendenti, dato che Iñigo Errejón, l’intellettuale spagnolo di Podemos, ha adottato Laclau come punto di riferimento. Può essere, per ipotesi “folle”, che Syriza e Podemos, abbiano esaurita la loro spinta e che tocchi ora all’Italia, il Paese di Gramsci, il compito di riprendere in mano il testimone per la ricerca, radicale e concreta, di un’alternativa sociale.

V. Il motto Potere al popolo, pur di apparente derivazione romantico-ottocentesca, mostra così di avere una sua storia, memoria e potenzialità. Non credo, del resto, che un progetto radicale di questo tipo possa essere fondato con l’armamentario concettuale della French Theory, vale a dire con il rilievo foucaultiano del nesso molecolare fra potere e linguaggio, spesso tautologico e comunque egemone in campo teorico dagli anni ottanta in poi. Questo nesso, a dire il vero, fa capolino anche nella terminologia postmarxista di Laclau che con significante vuoto fa riferimento a Lacan e alla cosiddetta “sinistra lacaniana” ma lì viene temperato dalla matrice gramsciana e dal radicamento concreto nelle lotte sociali popolari dell’America latina.

La dilagante fortuna di Foucault, di Derrida, dell’heideggerismo “di sinistra”, dai tardi anni ’70 in poi, in geometrica coincidenza con il terrorismo e la reazione, è viceversa alla base delle definizioni, seducenti e perniciose, di un soggetto collettivo sfuggente e “desiderante”: il concetto di moltitudini di Negri e Hardt. Per gli autori di Impero le “moltitudini” avrebbero essenza potenzialmente rivoluzionaria, nel senso che le loro forze singolari sarebbero immediatamente produttive di forme di vita, di affetti attivi, di diritti vivi, di capacità creatrici della metropoli.

Si tratta in sostanza di superare queste nomenclature non mediate e estetizzanti, e le loro ricadute politiche (la prassi interstiziale di alcuni Centri sociali) e di nutrire la nozione vuota di popolo del pieno desunto dai conflitti sociali, di classe e sul lavoro. Potere al popolo ha dunque compiti ben più vasti che raccogliere voti alle prossime elezioni: si tratta di ritessere un poco alla volta la rete del conflitto sociale distrutta e di ripensare, a partire da questa, la forma-partito. Si può sperare che questa nuova realtà politica si doti degli strumenti adatti a non cadere nella coazione a ripetere, se uno dei suoi nuclei fondatori, il collettivo Clash City Workers, è virtuosamente ripartito dalle prime forme associative e resistenti dell’organizzazione del lavoro, e dagli strumenti dell’inchiesta, là dove insomma i sindacati tradizionali hanno da tempo lasciato il vuoto più desolante. Il fiume carsico del movimento proletario non è costellato solo di sconfitte e di errori: è viceversa un patrimonio ricco e vivo, sedimentato e rimosso, che attende – oltre le caricature a cui è stato ridotto, – di essere riletto e riscoperto, proprio come i morti che, in Franco Fortini, attendono un colloquio con i vivi.

VI. L’altro lemma (Potere) di cui si compone il nome della nuova proposta presuppone di fare i conti con la fortuna e la sfortuna della parola Rivoluzione, esattamente a un secolo dall’Ottobre. E dunque di inventare forme di partecipazione dal basso e di autogoverno, di democrazia diretta accanto a quelle, logore, della rappresentanza liberale. Qui mi limito a dire che, rispetto alla vicenda della Grecia, e in specie alla volontà popolare del 61,5% dei greci che, dopo aver mandato al governo una formazione di sinistra radicale, nel Referendum si sono rifiutati di obbedire alle richieste dei creditori europei, credo che la lezione per Potere al popolo sia cruciale. Le organizzazioni politiche che rappresentano gli interessi degli sfruttati sono in Europa assai deboli, in Italia debolissime. E, tuttavia, dalla lezione della Grecia deriva che il partito, o la coalizione di partiti di sinistra che mira a assumere il governo, in un futuro, dovrà proporsi di disobbedire, in modo chiaro e annunciato, alla Commissione Europea. Ne deriva anche la necessità di organizzare la mobilitazione popolare. Syriza, come il Governo Allende che nel 1973 si trovò davanti a una stretta non del tutto dissimile, non aveva previsto infatti di fare appello alla mobilitazione.

Va viceversa capito fin da ora che non c’è margine di manovra per uscire dalla dittatura delle politiche di austerità e per riprendere il controllo democratico senza prendere misure radicali contro il grande capitale. La situazione finanziaria dell’Europa, la dittatura della Banca Centrale europea e la crisi del capitalismo globale sono incompatibili con la sovranità dei popoli e non vi sono forze antagoniste in grado di ostacolare questa realtà: questa è la tragedia del nostro presente. Ridurre il tempo di lavoro proteggendo il salario, introdurre un salario sociale, deprivatizzare, abrogare le leggi antisociali e adottare leggi per tassare i grandi patrimoni: su questi punti programmatici però fino a pochi anni fa nessun partito di sinistra radicale poteva sperare di ottenere oltre l’1,5 per cento e le medesime istanze di lotta sono state impugnate, grottescamente sfigurate dal nazionalismo e dal razzismo, solo dalle destre neofasciste. Viceversa Syriza, Podemos, France insoumise e il labour di Corbyn hanno guadagnato consensi vasti intorno ad alcuni di questi punti, di tipo più o meno marcatamente anticapitalista.

Un altro vento può darsi sia destinato a soffiare: lo stesso che qua e là, – da Lampedusa alla Valle di Susa, dalle lotte della logistica ad Almaviva, – non ha mai smesso di levarsi, a ben guardare. Potere al popolo dovrà immaginarsi fin da subito all’altezza di alzare le vele e di raccogliere quel vento, non tanto come cartello elettorale ma come coordinamento di lotte, per ora disperse, ignorate o caricaturizzate.


[Emanuele Zinato è critico letterario, ha scritto su gran parte degli autori del secondo Novecento italiano, prestando particolare attenzione al rapporto fra storia e letteratura, da un punto di vista sia tematico che formale. Insegna letteratura contemporanea all’università di Padova. Lo ringraziamo per la sua disponibilità e rapidità nel rispondere alle nostre questioni su Potere al popolo.]

 

3 risposte a “Se soffia il vento. Le ragioni concrete di Potere al popolo”

  1. Tutte ragioni nobilissime ma, per me, assolutamente poco convincenti. Non credo alla politica che si fa nelle istituzioni e troppe ne ho viste e vissute per coltivare illusioni. Sono arrivato a saturazione, a non poterne più. Inoltre, non ho capito perché dovrei fare di nuovo e al massimo da gregario di qualcuno, costruire le sue fortune. Chi dovesse arrivare in parlamento non farebbe altro che aggiungere il proprio nome all’elenco dei tanti privilegiati. Una volta tanto, ho deciso di votare per me: mi asterrò.

  2. Il meccanismo della rappresentanza è criticabile sotto molti punti di vista, il tono assertivo del tuo intervento mi pare condividere una delle critiche più comuni, per capirci quella dell’anti-politica: mangiano, mangiano tutto, sono lì solo per i loro interessi, il potere logora chi non ce l’ha, ecc. Giustissimo, in linea di massima. “Chi dovesse arrivare in parlamento non farebbe altro che aggiungere il proprio nome all’elenco dei tanti privilegiati”. Sviluppando le tue idee si arriva ad una serie di conclusioni:

    – il tuo intervento prevede un’idea cinica sulle possibilità dell’uomo, schiacciato dalle istituzioni da lui stesso create. La società è una pressa, l’unica alternativa possibile è fare il proprio interesse e non farsi schiacciare (“ho deciso di votare per me: mi asterrò”). Chi non accetta questa regola è un illuso, molto più probabilmente un corrotto
    – la politica parlamentare è il luogo dove si fa politica, ma quelli che fanno politica sono tutti corrotti (dallo stesso stare in parlamento), dunque la politica è in assoluto una montatura per produrre una piccola classe di privilegiati.

    Ora, non che questo non sia storicamente vero, soprattutto nella seconda Repubblica (nella prima nella sostanza era uguale, nella forma diverso); ma allora mi chiedo: quale è l’alternativa a livello istituzionale?

    1) Fare come te, farsi i fatti propri perché tanto è tutto uguale, restare nella purezza, guardare con disprezzo il resto del mondo. “Troppe ne ho viste e vissute per coltivare illusioni”, dunque contemplerò. Purtroppo, la storia si è occupata di dimostrare che per mantenere questa posizione in una società complessa sono richiesti compromessi molto più gravi della tua personale saturazione. L’ingiustizia del presente non si ferma davanti all’aristocratica separazione, continua ad operare lo stesso: quel che ci dobbiamo chiedere è: ci interessa? Riusciamo a fregarcene?
    2) Impegnarsi in qualcosa di esistente, cercando di cambiarlo dall’interno. Molti, da sinistra, l’hanno fatto, anche in buona fede, con i risultati che abbiamo davanti (perché naturalmente è vero che la politica dei partiti è sporca e corrotta)
    3) Provare a costruire qualcosa di nuovo, che pensi alle elezioni come un momento come un altro per far politica. I modi possono essere giusti o sbagliati, ma davvero ti pare possibile mettere in discussione gli intenti? Davvero credi che potere al popolo andrà in parlamento? E se ci andrà, quanti saranno i suoi rappresentanti? Tre? Quindi ci sarebbero migliaia di persone che fanno politica attiva sui territori per permettere a 3 persone di entrare in parlamento?

    Naturalmente c’è anche un quarto punto: far saltare il banco. La Grecia c’è andata vicino, poi Syriza diversamente. Al di là della valutazione sul merito del governo Tsipras, non è detto – anzi, è molto probabile! – che situazioni del genere tornino a presentarsi.

  3. Sergio Ruggieri ART.1 COSTITUZIONE « L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. »

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